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lunedì, 15 agosto, 2022

A San Lorenzo Isontino con Marco e la sua San Lurins (Gorizia)

Azienda San Lurins, a San Lorenzo Isontino, tra vigne e cantina d’altri tempi assieme al vignaiolo Marco Pecorari

11 Febbraio 2022

San LurinsLe ultime luci di un venerdì sera di febbraio mi portano nell’azienda San Lurins, nell’omonimo paese di San Lorenzo Isontino, assieme a Marco che ha dato vita alla prima etichetta prodotta con le vecchie vigne di famiglia.

Una scoperta che comincia dai vigneti situati a pochi chilometri dall’azienda, i quali si dividono in due macro aree principali, la prima in un tratto pianeggiante nella DOC Isonzo, con vista Monte Quarin e, spostando lo sguardo poco più in là, sui colli sloveni del Brda.

Qui troviamo circa tre ettari e mezzo di Malvasia Istriana in un corpo unico, probabilmente il più grande e meno recente che esista, risalente in parte al 1969 (sorretto da pali in legno) ed in una seconda parte al 1970 (sorretto da pali in cemento).

Un vigneto con sistema di allevamento “a casarsa” con due fusti accolti da un unico palo, ripristinato pian piano negli anni, cercando di diminuire la sua estensione in larghezza, verticalizzando la parete della pianta, anche mediante la legatura dei capi frutto in basso, aggiungendo una nuova riga di fil di ferro a sostegno della vegetazione.

Il terreno sottostante è di origine alluvionale, con prevalenza di argilla e limo oltre ad una copiosità di scheletro a tratti, dipendentemente dalla vicinanza o meno al letto del fiume Isonzo.

Accanto al vigneto più vecchio di San Lurins un nuovo impianto di Ribolla Gialla, cinquemila metri che stanno lentamente andando in produzione e le cui uve sono destinate ad un progetto che nel prossimo futuro Marco ci svelerà.

San LurinsPer raggiungere il secondo appezzamento San Lurins è necessario superare la linea ferroviaria che collega Gorizia ad Udine e divide la DOC Collio dalla DOC Isonzo. Da precisare come i primi appezzamenti, varcato il confine, non siano atti a produrre vini DOC Collio, poiché non sono in una posizione collinare, peculiarità del disciplinare. Con la macchina idonea ed inserite le ridotte si può raggiungere il “Picol dal Dago”, la vetta che porta il soprannome del nonno di Marco, nella quale sorge un vecchio vigneto interamente gestito manualmente. Qui il terreno è caratterizzato dalla tipica ponca, marne calcaree molto friabili che si alternano ad arenarie infrangibili, facendo diventare il substrato molto ostico a piantare nuove vigne. Le nuove piante di vite vengono inserite una ad una in buchi ottenuti da una trivella manuale.

Anche se la luce è ormai soffusa e una coltre di umidità si sta impadronendo della vallata, la vista è comunque affascinante e si possono scorgere i paesini di San Lorenzo, più ad ovest, e Capriva nella parte frontale.

Oggi San Lurins conta circa cinque ettari vitati (e altrettanti di seminativo) condotti in maniera biologica dal 1999, anni in cui queste tematiche erano viste con occhio critico, anziché vederne il valore aggiunto.

Trattamenti con rame e zolfo e concime organico che viene cosparso ogni due anni, dove e se necessario. Ormai da tre anni non si lavora più il terreno e si può notare la differenza tra un filare e l’altro che non viene mosso da almeno quindici/vent’anni, ricco di vegetazione spontanea e di un colore verde rigoglioso pur essendo nel periodo invernale. Le piante, come anticipato, sono indigene del territorio e si possono trovare leguminose, veccia, trifoglio, che non sono mai state seminate, essendo Marco contrario ad un sovescio dettato dalla semina più o meno casuale di essenze non autoctone. Il terreno al massimo può venir integrato se, dopo alcuni approfondimenti, si verifica che è carente di qualche sostanza, e negli ultimi anni viene solo arieggiato con una sorta di spacco di alcuni centimetri in superficie.

San LurinsGiungendo all’abitazione di Marco si può toccare con mano un pezzo della storia vitivinicola del paese di San Lorenzo, iniziata alla fine del 1800 dalla sua famiglia che ha condotto una vita contadina fino agli anni ’70 circa, quando è stata abbandonata la produzione di vino e via via anche l’allevamento dei numerosi animali. Da sottolineare il cognome di Marco, che è Pecorari e, come da un unico ceppo famigliare, siano nate alcune delle aziende più grandi e riconosciute del Friuli. Un tuffo in un’altra epoca che mantiene i suoi ambienti quasi intatti, solo usurati dal tempo.

Un documento trovato dalla mamma di Marco testimonia come nel diciassettesimo anno fascista, la casa era abitata da diciotto persone.

A testimonianza dei lavori di una volta l’ambiente circostante è quasi del tutto integro, con oggetti e macchinari antichi conservati con cura e destinati ad essere parte di un venturo museo della vita contadina. Anche la cantina datata 1933 è testimone delle attività dell’epoca, ma soprattutto delle abilità ingegneristiche che hanno permesso di conservare un ambiente di estrema integrità fino ai giorni nostri, dove non vi è un filo di umidità. Questo grazie allo scavo effettuato in un terreno poco esposto, con una vena di ghiaia che consente lo sfogo dell’acqua e del ristagno umido, mantenendo una temperatura costante e sempre di diversi gradi inferiore a quella media della stagione estiva e di qualche grado superiore nel periodo invernale. Parte di questa è utilizzata da Marco come ambiente di stoccaggio delle sue bottiglie, in quanto, al momento, vinifica i propri vini in una struttura in affitto a qualche chilometro di distanza, finchè non sarà a regime.

La storia più recente vede protagonista il giovane vignaiolo, che dopo aver studiato enologia a Udine e aver da sempre condotto i vigneti assieme al papà, ha iniziato a concretizzare il suo sogno di produrre la propria etichetta. Una passione per le bollicine che, pur non avendo Chardonnay, Pinot Nero e ben che meno Pinot Meunier, ha visto la produzione di un unico vino, ottenuto dalla seconda fermentazione in bottiglia delle uve più coltivate in azienda, la Malvasia Istriana. Le prove sono iniziate ben prima, con il furto della produzione di un filare di Pinot Grigio, che suo padre conferiva, ma viste le conseguenze in termini di imprecazioni scatenate, il progetto è stato abbandonato in partenza.

Le nozioni scolastiche lo portarono a fare alcuni esperimenti di meno di un centinaio di bottiglie per anno, fino a trovare la giusta quadra nell’evitare di raccogliere troppo presto le uve e di non fare la sboccatura, vendemmiando tre o quattro giorni le uve prima della completa maturazione, per ottenere il corretto livello di acidità e corretto grado alcolico. Inoltre, dopo una prima fermentazione in acciaio innescata da un pied de cuve, una sosta sulle fecce fini (con una messa in sospensione quando necessaria) il vino viene imbottigliato nella primavera dell’anno successivo alla vendemmia con l’aggiunta di un pied de cuve, per far partire una seconda fermentazione.

Per assaggiare il vino San Lurins ci accomodiamo in quella che è la sala più vecchia dell’abitazione, dove un tempo le donne potevano trovare un po’ di intimità per allattare i propri figli. Uno spazio anche in questo caso che mantiene la sua integrità e riporta alla mente le vecchie case dei nonni. Mi permetto di dire a Marco di non restaurare mai questo ambiente!

San LurinsL’assaggio è dell’annata 2018, che in etichetta vede il simbolo del nonno Mario nella vecchia vigna in collina, con in mano le forbici per potare, immagine diventata l’emblema della famiglia. Sotto al nonno cinque linee tracciate, nel disegno iniziale, a mano libera che rappresentano i pali che sorreggono le viti e, allargano l’orizzonte mentale, si può pensare alle bricole presenti nella laguna veneziana, al fine di richiamare quel senso marino e di sapidità che infonde questo vitigno, oltre ad un accenno storico che l’ha portato ad essere un’uva fatta conoscere dalla Serenissima Repubblica.

Vino dai sentori di pesca gialla, fieno, erbe aromatiche, timo, salvia, note iodate per un palato pieno, dalla bolla grossolana ma non invadente, minerale, sapido, con una discreta acidità e abbastanza persistente.

Nel bicchiere si percepisce il territorio, il grappolo di Malvasia, seppur non nella sua tradizionale interpretazione di vino bianco fermo.

San LurinsLe bottiglie prodotte sono cinque/sei mila e per il futuro ci saranno alcune novità che si aggiungeranno al rifermentato di Malvasia Istriana.

In attesa di assaggiare i nuovi vini San Lurins prodotti da Marco e capire come evolve la sua Malvasia per lui maglietta numero 138!

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