Alla scoperta dell’azienda San Nazario BIO, a Vo’ (Padova)

Nella via dell’omonimo Monte Versa, assieme a Sandro alla scoperta di San Nazario, una piccola realtà BIO tra i Colli Euganei

San NazarioL’incontro con Sandro si apre fin da subito all’insegna della scoperta, attraverso il racconto di com’è nata l’azienda San Nazario e sottolineando il fatto di come la storia sia diversa da molte aziende sui Colli Euganei.

La famiglia di Marika, moglie di Sandro, è da sempre stata una famiglia contadina, che tra le tante altre attività conduceva la vigna per una produzione destinata alla vendita del vino sfuso e per qualche litro di vino finalizzato al consumo casalingo.

Nulla di inusuale, fino al 1998, anno in cui Graziano, il padre di Marika, è mancato e, l’unica sua figlia, laureata in belle arti, era occupata professionalmente nell’ufficio stile e design di una prestigiosa azienda, non avendo quasi nulla a che vedere con il settore vitivinicolo. Anche Sandro non aveva nessuna competenza nell’allevare la vigna e vinificare i suoi frutti, lavorando in quegli anni come ragioniere in una realtà nel vicentino.
I due sono stati messi davanti ad un bivio e, fortunatamente, la decisione è stata quella di abbandonare neanche troppo gradualmente i rispettivi lavori dedicandosi, assieme alla vedova suocera di Sandro, alla produzione di vino.

A casa mia respiravo il profumo del vino, essendo nato a Vo’, ma è stato come svegliarsi una mattina e ritrovarsi a saldare in fabbrica, senza averlo mai fatto

Graziano fino agli anni ’90 produceva circa un 80% di vino dedicato alla vendita sfuso, mentre il 20% veniva imbottigliato e commercializzato con un’etichetta dedicata.
Oggi, al termine della ventitreesima vendemmia di Sandro, le percentuali si sono invertite e San Nazario produce circa quarantamila per anno, conducendo quattordici ettari di proprietà, oltre all’agriturismo aperto nei fine settimana, a weekend alterni, che offre solo prodotti vegetariani, per il semplice fatto che “ci sono già troppi ristoranti e agriturismi sui Colli Euganei che fanno carne”.

Si può affermare che è stato mantenuto solo il nome dell’azienda San Nazario, affibbiato dal nonno, in onore del Santo patrono della frazione di Vo’, Cordelà.

Quindici anni fa è iniziata in San Nazario la conversione al biologico, inizialmente “sulla parola”, ottenendo la certificazione nel 2005. Nel 2010 c’è stato, inoltre, un avvicinamento al mondo della biodinamica, approfondita grazie anche alla frequentazione del figlio della coppia presso una scuola steineriana.

Sandro per potersi cimentare con queste tecniche iniziò un percorso di studi nella scuola di Oriago di Mira, approfondendo, in anni in cui questi temi non erano ancora così in auge, le pratiche biodinamiche, applicandole poi alla conduzione della vigna e processi in cantina. Pur non essendo certificati, il lavoro viene condotto in questa modalità, con un pizzico di soggettività al fine di trovare il corretto equilibrio tra gli insegnamenti e le risposte delle piante e territorio.

San NazarioLe potature e lavorazioni in cantina avvengono in base a fasi lunari, le concimazioni sono vegetali, vengono utilizzati i preparati biodinamici 500, 501 e 502; quest’ultimo frutto di una ricerca di Maria Thun, composto sempre a base di letame, non inserito nel corno, ma cosparso in maniera più rapida e con inferiori tempi di maturazione.

Un esempio della soggettività applicata da Sandro è nella tecnica della potatura (Steiner affermava che è necessario potare solo in fase di luna decrescente, ma seguendolo alla lettera si arriverebbe a potare ad agosto) dividendo le vigne in piante dal midollo spesso e piante dal midollo ridotto, basandosi sullo spessore dei tralci. Le piante dalla maggiore quantità di legno (ad esempio il Prosecco) seguono una potatura in calare di luna, mentre quelle più “esili” (come il Cabernet) in crescere di luna. La natura ha risposto in maniera positiva a questa discriminazione, che esula dalle pratiche biodinamiche più ristrettive.

Oltre a queste pratiche le vigne vengono trattate con rame, zolfo, zeolite, oli essenziali e quest’anno, “purtroppo”, è stato usato il piretro a causa dell’attacco di una cicalina.
Ogni anno si cerca di arricchire la terra con un sovescio a filari alterni, principalmente a base di facelia, che è una pianta mellifera, attirando a sé le api.

Sandro mi racconta che i confinanti non lavorano strettamente in biologico e i primi cinque metri di ogni suo filare vengono sempre vinificati a parte e fatti analizzare per capirne la destinazione d’uso. Fino ad oggi non ci sono mai stati rilevamenti che andassero ad impattare la qualità delle uve.

San NazarioSpostando lo sguardo verso la produzione, la vendemmia è tutta manuale in cassetta, procedendo ad una pressatura intera delle uve a bacca bianca e fermentazioni attivate da un pied de cuve, frutto di una pre-vendemmia di circa cinque/sette giorni precedentemente a quella regolare.
Per quanto riguarda gli spumanti la seconda presa di spuma è innescata da lieviti selezionati e la spumantizzazione viene effettuata direttamente in cantina.

Ad oggi vengono prodotte dodici etichette che vestono, dal 2010 tutti disegni elaborati da Marika, nei quali il soggetto principale è suo nonno, che indossa “il vestito buono”, quello della domenica e un cappello che era solito portare, sia nei giorni di festa sia in quelli lavorativi. Secondo lui non era necessario cambiare il cappello, poiché era un simbolo per identificare l’uomo.

La produzione di San Nazario è composta da Prosecco, Serprino Frizzante, Dulcamara (70% Garganega, Sauvignon 30%), un 100% Moscato Bianco secco e uno Chardonnay 100% vinificati tra acciaio e cemento. Per quanto riguarda i vini rossi le etichette sono cinque, Raboso leggermente petillant (sotto l’atmosfera), Merlot e Cabernet che affinano in sole tonneau di secondo e terzo passaggio; “Brolo delle femmine” e “Pra dei Mistri” che riposano in botti di primo passaggio, rispettivamente Colli Euganei Rosso (60% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon, 10% Cabernet Franc) e Carmenere 100%; un Fior d’Arancio spumantizzato e il Passito di Fior d’arancio.

Nelle etichette si trovano tutte le fasi della vita in azienda, alcuni esempi sono il “Prà dei Mistri” che riprende il nome del vento Mistral, il quale favorisce la sanità delle uve nella vigna tra Monte Lozzo e Monte Versa, in cui il nonno è di spalle, a voler simboleggiare la difficoltà di lavorazione sia in vigna sia in cantina del Carmenere. Il Moscato secco invece vede il nonno indossare una bauta, tipica maschera veneziana, omaggio alla famiglia dei Supiei, che ha costruito la casa dove si trova l’azienda. Un omaggio anche al popolo veneziano che ha fatto scoprire il Moscato, importandolo dalla Siria.

Prima degli assaggi dei vini San Nazario una passeggiata tra i vigneti, che si estendono per dieci ettari attorno alla casa/cantina, circondandola a trecentosessanta gradi, nei quali si possono trovare almeno dieci tipologie di particelle diverse. Si spazia dall’argilla vulcanica pesante, mescolata a calcare, alla marna vulcanica, ciottoli, “scaranto” (in dialetto argilla mescolata a trachite e riolite).

Un’altra particella è situata a circa cinque chilometri dal corpo centrale, nella quale si può trovare principalmente terra rossa.

Un giretto anche in cantina, dove stazionano per lo più vasche di acciaio e cemento con alcune botti di legno più piccole e da quindici ettolitri; in queste ultime stanno riposando due nuovi esperimenti dell’azienda.

Due nuovi progetti che hanno preso vita proprio nel 2021: il primo a base di Chardonnay in purezza, le cui uve sono fermentate con lieviti indigeni in botte di rovere non tostata, da quindici ettolitri; la prospettiva è quella di lasciarlo affinare fino a giugno o luglio del prossimo anno sulle proprie fecce fini.

L’altro è un rosso, blend di Cabernet Franc e Merlot in diverse percentuali; le uve sono state diraspate e fatte fermentare in tini a bacca intera, per poi svinare il vino prodotto per trasferirlo in botti di rovere da cinquecento litri al fine di procedere alla fermentazione malolattica.

San NazarioCirca duemila etichette divise tra Bianco e Rosso IGT Veneto appartenenti ad una linea superiore, con nomi di fantasia ed etichette dedicate, che possano cambiare di anno in anno, ovviamente pensate e disegnate da Marika.

Gli assaggi cominciano con il Serprino, prodotto con uve di una vigna di settantadue anni, biotipo dell’uva Serprina, dalla bottiglia borgognotta e il vecchio tappo spago. Al naso esprime sentori di mela gialla, pesca bianca, fiori gialli, tiglio, leggero sentore di lavanda, fieno. In bocca è abbastanza ricco e teso, con una buona acidità e discreta persistenza. Una volta sui Colli Euganei il Prosecco era un IGT mentre il Serprino, più in auge, appartenente alla DOC; oggi i ruoli si sono nettamente invertiti.

L’etichetta, rappresenta al meglio la bolla, con nonno Rinaldo in clima di festa.

San NazarioPassiamo al bianco fermo “Dulcamara”, nome che è stato attribuito quando il papà di Sandro esclamò: “Questo vino mi ricorda la Uccamara”. La “Uccamara” è una radice dai sentori di liquirizia, la quale un tempo veniva masticata dai contadini e non ed era nota per avere un primo ingresso amaro al palato e una chiusura tendente al dolciastro.

Il Sauvignon la fa da padrone, ma è ben bilanciato dalla Garganega, esprimendo sia note erbacee sia fruttate, con spunti di peperone verde, fiore di sambuco, pepe bianco, fiore di fico (sentore suggerito da Sandro). In bocca una spiccata acidità e mineralità infusa dal territorio, buona persistenza e sentori avvertiti precedentemente al naso, che ritornano al palato.

L’etichetta del “Dulcamara” è stata una delle prime ed è in contrapposizione con quella del “Brolo delle Femmine”, l’ultima in termini di produzione.

Nella prima si può vedere il nonno che afferra un calice dietro ad una linea, una sorta di testimone passato dalle generazioni precedenti che già producevano vino, mentre nell’ultima il nonno si ferma, si ritira e lascia il calice alle generazioni future. Nel mezzo una vita di lavoro nel mondo del vino, metafora della vita di passaggio in cui è necessario dare il meglio per lasciare un buon testimone a chi verrà dopo.

San NazarioIl terzo assaggio dell’ostico Carmenere San Nazario annata 2018, le cui uve sono state pigiadiraspate, fatte fermentare spontaneamente in tini di legno. Vino successivamente lasciato affinare tra i dodici e i quattordici mesi in tonneau e un altro anno in tonneau.

Al naso emergono le note di sottobosco, frutta rossa matura, ma a farle da padrone sono le spezie, tra cui noce moscata e pepe nero, una nota di liquirizia e ricordi di gesso. Man mano che si apre esprime la sua nota balsamina e di erbe aromatiche, con timo, leggeri sentori resinosi e di cioccolato. L’acidità e la mineralità emergono al palato, con un tannino setoso, donato dal legno, essendo quest’uva poco ricca di tannino.

San NazarioSan Nazario è un’azienda con radici storiche, ma con un destino segnato quasi dal caso, con diversi collaboratori, tra cui uno che lavora in questa realtà addirittura prima di Sandro e il futuro che ha già un seguito delineato con la passione del figlio per questo mondo, il quale vuole continuare l’attività di famiglia.

Per Sandro maglia numero 91, in attesa di tornare a provare le prelibatezze dell’agriturismo, accompagnate dalla scoperta di una vecchia annata!

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