Tenuta Travaglino, con i fratelli Cristina e Alessandro a Calvignano (Pavia)

Tenuta Travaglino, una delle più storiche aziende dell’Oltrepò Pavese, assieme alla quinta generazione, rappresentata dai fratelli Cristina e Alessandro

29 Settembre 2024

Domenica pomeriggio, in vista dell’evento Oltrepò Terra di Pinot Nero, alla scoperta di una delle più storiche aziende di questo territorio, Tenuta Travaglino. Ad accoglierci la quinta, ultima e più rivoluzionaria generazione, Cristina e Alessandro Cerri, sorella e fratello.
Ci troviamo davanti ad una struttura con quasi mille anni di storia alle spalle, in un ambiente accogliente che ti fa sentire a casa, accompagnati dal suono della musica in filodiffusione. I primi mattoni della Tenuta sono stati posati nel 1111, come testimonia un atto di proprietà ritrovato dalla famiglia. La conformazione della struttura riporta subito alla mente quella ecclesiastica, essendo stata per la maggior parte degli anni un monastero dell’ordine dei Benedettini Barnabiti.
La storia della famiglia dei due giovani fratelli comincia nel 1868 quando il trisnonno Vincenzo ha acquistato la Tenuta in località Travaglino, da cui ha preso successivamente il nome l’azienda, che, agli inizi, era un vero e proprio borgo multifunzionale per la vita e centro di biodiversità per l’agricoltura e gli allevamenti. L’eredità passo al figlio Ambrogio prima e al nipote Vincenzo poi, che concretizzò l’aspetto inerente alla produzione vitivinicola, pur non essendo la sua attività principale e non dedicando tutte le energie al mondo del vino. La sua filosofia è sempre stata quella di produrre vino in bottiglia per la vendita al mercato Ho.Re.Ca. Italia, senza mai avventurarsi nel mercato dello sfuso, ma vendendo l’uva in eccesso a compratori terzi.

Oggi troviamo una Tenuta Travaglino che conta i quattrocento ettari originari di proprietà, in un unico corpo, ricoprendo circa il 60% della superficie del paese di Calvignano. Piccola parentesi sul paese di Calvignano, che etimologicamente è frutto della composizione delle parole “calle” e “vigneto”, sottolineando così la presenza dell’attività vinicola fin dalle origini di questa località.
La superficie si divide in ottanta ettari vitati, centoventi dedicati ai seminativi, duecento boschivi, oltre alle dodici cascine e la Locanda, senza mutare quell’identità segnata dalla biodiversità delle origini. Curiosità è che tutta la Tenuta è circondata da un enorme recinto che custodisce una ventina di daini, i quali erano la passione del nonno e ora rappresentano le mascotte dell’azienda vivendo in serenità e senza il pericolo di essere cacciati, all’interno della proprietà.

Cristina e Alessandro hanno deciso di dedicare la vita all’attività vitivinicola, entrando in azienda rispettivamente nel 2013 e 2016, con l’idea di farne un progetto di vita. “Abbiamo tirato una riga rispetto al passato e siamo ripartiti nell’ottica di una start-up, con il valore aggiunto della nostra storia e delle nostre radici”. I due fratelli hanno voluto rilanciare il brand di famiglia, dopo una generazione tutta al femminile rappresentata da mamma Lorella, analizzando il passato, la loro identità e dove voler arrivare, nell’immediato e nel lungo periodo. Il percorso di questo decennio è stato quello di crescere nella produzione, aumentando parallelamente anche la qualità del prodotto finale. Il cambio di paradigma è avvenuto principalmente sulla scelta delle varietà da coltivare e le etichette da produrre, concentrandosi sui Metodo Classico a base Pinot Nero, Pinot Nero vinificato in Rosso, Riesling Renano e, leggermente in secondo piano, la Barbera. Si è scelto di dedicarsi a varietà che esprimono il loro potenziale nei terreni di proprietà di Travaglino, abbandonando vini che si facevano negli anni passati, ma che non rappresentano più l’identità aziendale e il territorio dove si trova, quali la Bonarda o il Pinot Nero vinificato in bianco.
Come in tutte le aziende famigliari i ruoli dei due fratelli sono decisamente flessibili, anche se Alessandro si occupa principalmente del volto commerciale estero, mentre Cristina è il collante tra tutti i membri di questa realtà, occupandosi della sua gestione, ma anche promozione, accoglienza ed eventi. Al loro fianco una squadra di collaboratori che si dividono in due generazioni, quella entrata nell’ultimo decennio e quella che ha accompagnato la famiglia nel suo percorso storico. Curiosità è che a vivere nella proprietà c’è una signora, terza generazione di collaboratori di Travaglino, la quale è nata proprio lì, in casa, ed è andata a scuola dove oggi sorge il parcheggio della Tenuta.

Il coraggio di svoltare è stato fondamentale in questo cambio di paradigma, non rinnegando il passato, ma prendendo spunto dal lavoro di un tempo, come quello effettuato da nonno Vincenzo, che negli anni ’80 si è preso la briga di fare una zonazione di tutti i terreni della proprietà. Un’eredità che ha condizionato ancora oggi le vinificazioni e le scelte delle zone con cui produrre determinati vini.
Le vigne Travaglino spaziano dai duecentotrenta ai trecentocinquanta metri sul livello del mare e sorgono su terreni diversificati, caratteristica dell’Oltrepò Pavese, che talvolta cambia substrato da metro in metro.
Una discriminante è sicuramente quella tra Pinot Nero da vinificare in rosso e il Riesling, con piante che si trovano, nel primo caso, su terreni più asciutti e sabbiosi, mentre per la seconda varietà troviamo colline argillose, caratterizzate anche da vene gessose. Importante sottolineare che l’esposizione dei vigneti è per lo più rivolta a sud, sud-ovest e si sta compiendo, negli ultimi anni segnati dal riscaldamento globale, un’opera di espiantazione di alcuni appezzamenti, per investire in aree esposte a nord.

Le uve vengono raccolte tutte manualmente, in cassetta, ed oggi si vinificano circa venti degli ottanta ettari vitati. La conduzione della vigna viene definita “sostenibile”, con un impatto minimo, pur non scegliendo la strada del biologico, in un territorio che poco si presta a questo regolamento. Una delle fortune di Travaglino è quella di contare su un unico corpo che è circondato da duecento ettari di bosco, così da essere ben protetti da eventuali vicini o agenti esterni negativi.
Scoprendo le varie aree dell’azienda, si può vedere al centro della Tenuta quella di vinificazione, dove sono presenti una pigiatrice soffice per le uve intere dedicate al Metodo Classico e una pigiadiraspatrice che scorpora gli acini dal raspo, grazie alle sue vibrazioni, per la produzione dei vini rossi fermi. Lo scopo è quello di portare le uve o il mosto fiore in cantina il prima possibile, senza la necessità di lavorare con chiarifiche e filtrazioni. Ogni anno si effettuano importanti investimenti tecnologici, come si denota dalle vasche in acciaio termoregolate, presenti nella prima area della cantina. Già negli anni ’80 nonno Vincenzo aveva iniziato a sostituire tutte le vasche in cemento con il più pratico acciaio. Le fermentazioni avvengono tutte nelle vasche d’acciaio, innescate da lieviti selezionati e solo due dei vini Travaglino effettuano un passaggio in legno: il Pinot Nero, “Poggio Buttinera” e la Barbera, “Marcantonio”.
Proseguendo nei vari cunicoli della struttura si trova il tunnel del Metodo Classico, dove riposano sui lieviti le bollicine che, nel caso della Riserva Vincenzo Comi” (dedicata al nonno), vengono portate in punta ancora manualmente.
Dopo aver salutato i daini, con alcuni cuccioli nati da poco, uno sguardo alla barricaia e al magazzino dove si conclude il ciclo con gli imbottigliamenti e lo stoccaggio; qui sono presenti ancora alcune autoclavi, dedicate precedentemente alla Bonarda e ora in età pensionabile.
Prima di dedicarci agli assaggi ci dirigiamo in due aree nascoste della proprietà, la Ghiacciaia, dove un tempo si stoccava la merce che doveva stare al fresco, grazie alla neve che riempiva la stanza, oggi diventata una sala privata per le degustazioni. Il secondo luogo che scopriamo, pur non essendo accessibile al pubblico, è il parco secolare, di circa due ettari e mezzo, dove incontriamo anche il cane Osvaldo, dato in affido da un cacciatore, poiché la caccia non era proprio la sua vocazione.

L’obiettivo che ci siamo posti è quello di portare il vigneto nel bicchiere, con i suoi profumi, buona bevibilità ed eleganza

Oltre all’aspetto produttivo, viene curato nei minimi dettagli anche quello ricettivo, grazie al team di accoglienza che lavora allo shop, aperto sette giorni su sette. Sono disponibili anche alcune camere presso la vicina Locanda Travaglino, ad oggi in gestione a terzi, scegliendo di non trasformare la Tenuta, al fine di preservare il suo originale patrimonio storico.

Tutte le etichette prodotte fanno parte delle denominazioni, DOCG per le bollicine e DOC per i fermi, questo nell’ottica, già anticipata, di un miglioramento in termini di qualità, ma anche per un senso di appartenenza con la nuova vision del Consorzio, “mai così unito per promuovere il territorio dell’Oltrepò e dei suoi vini di qualità”.
Per assaggiare alcune referenze, delle circa centocinquantamila bottiglie prodotte per anno, ci sediamo all’interno dello shop, dove è stata ricavata la sala degustazioni principale.
Cominciamo con le bollicine, nello specifico con il vino dedicato alla mamma “Cuvée 59”, l’unico che, oltre al Pinot Nero, conta anche un 20% di Chardonnay. Brut dai sei grammi di zucchero per litro che resta ventiquattro mesi sui lieviti, il quale si esprime con note di pesca bianca, albicocca, un tocco iodato, ma anche di leggera pasticceria, con note di miele che ritornano in bocca, dove entra con un buon corpo, bolla fine, discreta l’acidità e sapidità, per una buona persistenza.

La seconda bolla “Gran Cuvèe – Blanc de Noir” apre il mondo dei Pinot Nero 100%, in questo caso con un riposo sui lieviti di almeno trentasei mesi. Millesimo 2018, Extra Brut con due grammi di zucchero per litro che si presenta al naso con note di piccoli frutti rossi, una leggera nota mentolata, spunto di crosta di pane mai invadente, per un sorso più dritto e verticale, spinto dall’acidità, ma ben equilibrato, bolla sempre fine, maggior sapidità e discreta persistenza.

Una nota colorata, ma non troppo, con il RosèMonte Ceresino”, ottenuto dalle uve dell’appezzamento più alto dell’azienda, a trecentocinquanta metri sul livello del mare, le quali stanno a contatto in pressa per circa quattro ore. Extra Brut millesimo 2019, che, in questo caso, riposa almeno quaranta mesi sui lieviti, esprimendo nel calice note di frutti rossi, tra cui la fragolina di bosco e la ciliegia, che si intensificano, rimanendo comunque delicati e una traccia di confetto, erbe aromatiche, salvia. In bocca entra dritto e con un buon sorso intenso, caratterizzato da una buona sapidità, spalla acida, freschezza e buona persistenza.

La quarta bollicina è quella dedicata a nonno Vincenzo Comi, una riserva prodotta con le migliori uve di Pinot Nero e un affinamento di un minimo di sessanta mesi sui lieviti. Parliamo di un altro Extra Brut, annata 2017, con sole tremila bottiglie prodotte. Qui i sentori al naso si caricano, pur rimanendo discreti e mai invadenti, con un tocco di crosta di pane, note balsamiche, mentolate, uno spunto di confetto e un sottofondo iodato. Al palato entra dritto e pungente, con una buona acidità, freschezza e verticalità, lasciando un buon finale, con una leggera punta amarotica.

C’è da sottolineare che tutte le bollicine prodotte da Travaglino, dopo la sboccatura, sono colmate con lo stesso vino.

Un salto a piedi pari sul mondo dei bianchi con il Riesling RenanoCampo della Fojada” 2023, affinato in sole vasche d’acciaio. Vino che si apre al naso con note di tè verde, spunto agrumato, di buccia di limone, un tocco di gelsomino, ma anche miele e sentori di lavanda. Molto fresco anche al palato, dove entra elegante, alternando una nota dolce data dal residuo zuccherino, ad una nota secca, minerale e sapida, concludendo con una buona persistenza.

Passiamo al mondo dei Pinot Nero vinificati in rosso, con il primo vino “Pernero”, annata 2023, che viene vinificato ed affinato in solo acciaio. Un vino dai sentori freschi, di piccoli frutti rossi, tra cui fragoline, ribes, lampone, amarena, con un tocco di violetta e rabarbaro, per un sorso dall’ottima beva, delicato, un tannino estremamente tenue, discreta sapidità e buona acidità, con moderata persistenza, ma un sorso che invita ad un secondo e terzo.

Concludiamo con il Pinot NeroPoggio della Buttinera”, annata 2020, che affina un anno in legno di differenti passaggi, senza mai impattare con eccessive barrique o tonneau nuove, un anno in acciaio e un finale riposo in bottiglia. In questo caso si caricano i sentori, con una frutta rossa più matura, note di sottobosco, un tocco ferroso ed ematico, ma anche china, foglia bagnata e un leggero tocco di cioccolato. In bocca mantiene comunque una buona beva, con freschezza, tannino delicato, buona sapidità, discreta acidità e buona persistenza.

Un viaggio a tutto tondo nella Tenuta Travaglino che si conclude con la consegna della maglietta 355 a Cristina e Alessandro!

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