Una mattinata in compagnia di Cristiano a Terre di Pietra, per scoprire la realtà che ha costruito assieme alla moglie Laura e condotta oggi con le figlie Anna e Alice
03 Dicembre 2022
Una fredda mattina di inizio dicembre mi accompagna alla scoperta di Terre di Pietra in via Arcandola, un paio di chilometri più a nord di San Martino Buon Albergo. Ad accogliermi è il padrone di casa, Cristiano e, da subito, ci immergiamo nella storia di questa giovane realtà. Cristiano si descrive come un ragioniere che è capitato per caso nell’agricoltura, pur avendo nel suo DNA qualche traccia di questa attività, poichè nonno Giacomo possedeva a Torbe di Negrar un mulino (abbandonato ma ancora presente), alcuni maiali, dei ciliegi e qualche vigna, per sostentamento e sopravvivenza famigliare.
Cristiano è cresciuto con il pensiero che quello non avrebbe mai potuto essere il suo lavoro, complice il fatto che neanche suo padre aveva seguito il nonno nell’attività di allevamento e campagna. Nel 1999 iniziò la sua avventura in Coldiretti, durante la quale si occupò delle normative burocratiche ed amministrative di molte cantine della Valpolicella, della zona del Soave e del Lago di Garda. In quegli anni conobbe anche Laura, diventata poi sua moglie, la quale ha sempre abitato nelle terre dove oggi sorge l’azienda e da sempre è stata appassionata di agricoltura e viticoltura in particolare. Suo padre possedeva cinque ettari vitati attorno alla casa di famiglia, con uve che venivano destinate principalmente al conferimento, oltre ad alcune limitate vinificazioni. Laura avrebbe voluto intraprendere questa “strada di campagna” finiti gli studi, ma il padre non era molto d’accordo, volendo per la figlia un futuro migliore, talvolta più semplice, con una paga fissa, che non dipendesse da pioggia, grandine o siccità. La sua anima legata all’agricoltura le fece abbandonare lo scontro generazionale e il continuum di un’attività che era già in parte impostata ed, assieme a Cristiano, iniziò da zero quella che era l’embrione di Terre di Pietra.
Il punto di partenza è stato proprio a Torbe di Negrar, nella stessa zona dove nonno Giacomo aveva un piccolo appezzamento che un tempo conduceva e che successivamente è stato venduto, a cui si è aggiunto un altro terreno affittato da una signora del posto. Era il 2007 e grazie a tre vasche d’acciaio, ancora presenti nell’attuale cantina, posizionate in una vecchia legnaia, si sono prodotte circa duemilacinquecento bottiglie.
In quegli anni i due hanno conosciuto Flavio, un enologo che li ha seguiti nelle prime vinificazioni, definite più “convenzionali” rispetto all’attuale filosofia di pensiero aziendale. Dopo l’esperienza in Coldiretti Cristiano ha aperto il suo studio di consulenza che negli anni ha visto quasi un centinaio di aziende clienti, supportate nelle pratiche burocratiche ed amministrative di cantina.
Terre di Pietra, che è nata come una sorta di hobby, nel 2011 ha trovato una prima fase di decollo, implementando gli ettari vitati e costruendo la cantina su un terreno venduto dal papà di Laura. Nello stesso anno si è svolta la prima fermentazione spontanea, avvicinandosi ad un mondo del vino prodotto in maniera più sostenibile e meno impattante possibile. Tra il 2013 e il 2014 il primo lavoro di Cristiano si è sempre più ridimensionato, seguendo un numero limitato di clienti e dedicandosi più all’attività di campagna. “Ho scoperto che quell’attività all’aria aperta mi piaceva molto, nell’ultimo periodo andavo in ufficio e guardando fuori dalla finestra quello che sognavo in quei momenti era di essere in vigna”.
Nel 2017 Laura ci ha lasciati.
“Da un giorno all’altro sono diventato contadino a tutti gli effetti, ho chiuso l’ufficio e mi sono reso conto della fortuna che avevo, nel momento peggiore della mia vita. La vigna mi ha tenuto a galla, mi ha sostenuto, mi ha fatto capire che tutto va avanti. Da quel tralcio secco di febbraio nasce una nuova gemma in primavera che poi si trasforma nel frutto che accompagnamo a diventare vino. Sono stato trasportato dalla natura e mi sono innamorato follemente del mio progetto.”
Una ripartenza da quasi zero, essendo più concentrato sulle attività di campagna e con una limitata esperienza in cantina, supportato anche da Damiano, enologo figlio di Flavio, che ha creduto nel progetto di Terre di Pietra e nella filosofia sostenibile. Una filosofia che ha visto fin dall’inizio l’utilizzo di prodotti BIO per i trattamenti, che vedono limitato utilizzo di rame e zolfo, sostituiti da estratti del tannino, propoli, oli essenziali. “La cosa più importante è vivere la vigna e capire quali sono i suoi bisogni”. Un lavoro che è meticoloso, svolto tutto a mano, sfogliando, levando alcune delle prima gemme, diradando l’uva, con un impiego di più persone e l’accettazione di una resa più bassa. “Mio suocero mi dice te lavori come lavoravo mi sinquant’anni fa” (lavoravi come lavoravo io cinquant’anni fa).
Oggi Terre di Pietra conta sei ettari e mezzo che sono sparsi in zone diverse, in cui si incontrano ovviamente substrati differenti.
A Montorio, dove viene prodotto il “Tempesta”, per esorcizzare le frequenti grandinate, si trova un terreno di fondo valle; dove è situata la cantina e viene prodotto il “Piccola Peste” (in onore della figlia Alice e del suo carattere) in via Arcandola troviamo argilla con una grana fine ed alcuni sassi; a Marcellise Collina, dove si trova la “Vigna del Peste” (soprannome del papà di Laura: Gigi la Peste), il substrato è composto da marna calcarea; a Torbe di Negrar argilla e pietra di Prun, dalla quale prende il nome l’azienda Terre di Pietra ed infine nella vigna più altra, nella piccola frazione di Mazzano, a seicento metri, nella quale è piantata l’autoctona Marselan è presente una sorta di argilla che assomiglia a creta.
La cantina, partita dalle tre vasche di acciaio, si è arricchita di vasche in cemento nuove e recuperate da vecchie realtà, oltre ad alcuni tonneau usati, in cui affina solo l’Amarone, che non viene nemmeno prodotto tutti gli anni. In realtà questa si divide in due ambienti: uno più moderno e nuovo in cui risiedono cemento ed acciaio, mentre un altro, nella parte superiore, composto da più stanze tutte in pietra, risalenti al diciottesimo secolo, nelle quali trovano alloggio le botti di legno, una riserva storica di Terre di Pietra e la cantina personale di Cristiano.
L’uva viene lavorata diraspata, viene pigiata e per caduta si va ad inserire nelle vasche più vicine al punto d’ingresso, mentre in quelle speculari si portavano a mano con dei secchi fino a qualche anno fa; oggi si utilizza un nastro trasportatore. Nelle vinificazioni si preferisce fare fermentazioni spontanee, non si effettuano filtrazioni, chiarifiche, i travasi sono limitati e la solforosa in minime dosi. Ci si concentra di più nel portare uva sana in cantina e accompagnare stando attenti il processo di vinificazione, intervenendo il meno possibile e facendo affinare i vini per periodi mediamente lunghi.
Le bottiglie prodotte sono di media venticinquemila e si dividono in più di una decina di etichette, con sempre nuove sperimentazioni, microvinificazioni, che vogliono esplorare il risultato di specifiche aree e territori. Si producono cinque Cru, con nomi di fantasia: Tempesta, Piccola Peste, Vigna del Peste, Mesal, Testa Calda (l’ultimo arrivato), provenienti da zone diverse rispettivamente: Montorio, Località Arcandola (Marcellise, zona pedecollinare), Località Casal (Marcellise, zona collinare), Torbe ed infine l’ultimo sul Monte Martinelli che divide la Valle di Marcellise da Verona. Sono prodotti con le stesse uve, in percentuali abbastanza simili, Corvina, Corvinone e Rondinella vendemmiate nell’arco di un mese e vinificate singolarmente per dar vita a questi blend di territorio. Vengono poi prodotti due bianchi a base di Garganega, che sono il Quercia Laboriosa, un vino più tipico e semplice e l’ElleZero con le uve che effettuano circa un mese di macerazione.
Da mettere in evidenza anche il “progetto Marselan”, una varietà autoctona piantata a seicento metri nel 2009, in un prato del nonno materno di Cristiano. Un vitigno scoperto durante una degustazione alla cieca, che ha colpito la coppia per il suo tannino. Per circa cinque/sei anni sono state sperimentate diverse vinificazioni ed affinamenti in vasi vinari differenti, fino a trovare la quadra nel 2017, che uscirà in commercio nel 2023, con l’ambizione di diventare il vino di punta dell’azienda.
Passando agli assaggi in una sala degustazioni provvisoria
, in attesa di quella ufficiale che verrà edificata tra qualche mese, scopriamo la Molinara “Dieci, Cento, Mille” 2021, un vino da dieci gradi, con 100% Molinara e mille millilitri, essendo in bottiglia da litro. Una varietà che sta scomparendo, a causa delle sue caratteristiche che fanno produrre vini scarichi, di beva, con colore poco intenso e grado alcolico moderato, pagando un duro prezzo rispetto alle scelte produttive della maggior parte dei vignaioli che negli anni l’hanno sostituita. Un vino dal naso tenue, con sentori di frutti di bosco, lampone, leggere note terrose, spunti speziati e di incenso. In bocca ottima la beva, fresco, buona acidità, discreta mineralità e sapidità e moderata persistenza.
Proseguiamo al “Ci Zero” 2019, vino che prende il nome dall’iniziale del nome di Cristiano, essendo il primo vino da lui prodotto nel 2017, a base di Corvina, che non viene prodotto tutti gli anni. Al naso note più scure, con frutti neri e maturi, sentori di rosa appassita, bastone di liquirizia, arancia sanguinella e leggero sottobosco. Più succoso e intenso del precedente vino, con una maggior struttura, succoso, abbastanza minerale, dal tannino setoso e più persistente al palato.
Nel corso degli anni anche Anna e Alice, le figlie di Laura e Cristiano si sono appassionate a questo lavoro; la prima è l’artefice delle etichette che rivestono le bottiglie, mentre la seconda e più piccolina, ha cominciato a studiare agraria. Una combinazione di arte e manualità che potranno essere il futuro di Terre di Pietra!
In attesa di scoprire gli sviluppi futuri, maglietta numero 207 per Cristiano.


