Alla scoperta dell’azienda Orzan, in compagnia di Dario che assieme al fratello Renato conduce azienda vitivinicola e osteria
02 aprile 2022
Siamo a Capriva del Friuli, tra la DOC Isonzo e la DOC Collio ed è proprio tra questi due diversi territori che si dividono le vigne dell’azienda Orzan.
Ad accogliermi è Dario, che assieme al fratello Renato conduce l’azienda di famiglia, oltre alla tipica osteria friulana “come una volta” all’interno della quale ci sediamo a chiacchierare e degustare i vini prodotti.
L’azienda Orzan, porta il cognome del suo fondatore, Ivaldo, che nel 1964 ha cominciato per hobby la produzione di vino sfuso all’interno di una piccola cantina ricavata nell’abitazione nel centro del paese. Esattamente trent’anni fa, nel 1992, venne costruita l’attuale cantina, che confina con l’osteria e nella quale si trovano principalmente vasche d’acciaio, botti da cinquecento, settecento e mille litri, di rovere francese e sloveno.
Negli anni sono entrati a far parte del progetto anche Renato, che si occupa della cucina dell’osteria e Dario che, oltre ad occuparti dell’osteria, si divide anche tra cantina e vigna. Vigneti che negli anni sono stati incrementati, acquistando alcuni appezzamenti anche di una certa età, con Friulano, Chardonnay e Malvasia di quaranta e cinquant’anni, fino ad arrivare a portare l’azienda a regime con gli attuali cinque ettari.
Oggi troviamo un ettaro e mezzo in Collio, dove il terreno è ricco di ponca e vi sono piantate Ribolla Gialla e Friulano, due ettari sono in zona Isonzo, dove i terreni sono più argillosi e poco sassosi, nei quali troviamo principalmente Chardonnay e Friulano oltre ai rossi più tipici della zona tra cui Cabernet Sauvignon, Franc e Merlot e un’altra vigna in collina dove il Friulano di ottant’anni permette di raccogliere “quattro secchi di uva”. Infine, dietro al locale sono presenti, in un terreno più pesante, le vigne di Pinot Grigio e Sauvignon; la particolarità di questi appezzamenti è che all’interno sono stati trovati dei resti di popolazioni preistoriche, tra cui selci e asce in pietra verde.
Parlando di conduzione dei vigneti Orzan sposa la teoria della lotta integrata volontaria, trattando con rame e zolfo, ma valutando di annata in annata quello che è il supporto necessario per la pianta. Non si diserba e i filari sono lavorati in maniera alterna, con un lavoro meccanico anche nel sottofila.
Dario mi svela che da sempre ha collaborato al lavoro in famiglia e, fin da bambino, supportava il papà nelle operazioni di vigna e cantina; un tempo veniva fatto tutto a mano, dall’imbottigliamento all’etichettatura delle poche bottiglie prodotte. Oggi se ne producono circa quindici/ventimila.
Nella prima parte della sua vita il lavoro nell’azienda di famiglia era alternato anche dalla professione di fornitura di materiali per cantina, per poi decidere di portare avanti il mestiere del vignaiolo, che di certo più lo appassionava.
Gli assaggi cominciano con due diversi Friulano, entrambi affinati in acciaio, la cui differenza è la macerazione di una notte nell’etichetta “Una Gnot” (che in friulano significa appunto una notte), oltre all’annata: 2019 per questo e 2020 per il secondo, le cui uve vengono subito pressate. I sentori sono più carichi nel primo vino, con profumi di frutta matura, erbe aromatiche, che lasciano il posto a fiori bianchi, una frutta a polpa più bianca, erbe officinali nel secondo. Entrambi mantengono una buona freschezza, sapidità, mineralità, con il secondo vino un po’ più verticale ed il primo più corposo e persistente. Dal 2021 una parte del vino farà un affinamento in botte da settecento litri, per poi trovare il giusto blend con quello affinato in acciaio.
Tutte le fermentazioni vengono innescate da lieviti selezionati e il contatto con le bucce è minimo, tranne per la Ribolla Gialla proveniente dalla collina, con cui viene prodotto dal 2016 un vino macerato che fermenta spontaneamente in tini aperti. Qui le piante, sul cucuzzolo della collina, producono una quantità bassissima di uva, che si presenta in grappolini molto piccoli i quali maturano quindici giorni dopo rispetto alle altre. L’affinamento è di due anni in botte di rovere da settecento litri e un anno in acciaio e Dario mi presenta una mini-verticale che parte dal 2016 al 2018 (ultima annata in commercio).
Passiamo dai sentori più freschi della 2018, con un albicocca matura, alle note di frutta disidratata, miele, note balsamiche della 2017 fino ad arrivare ai datteri e la frutta secca della 2016, che mantiene i sentori di miele ed emerge qualche spunto terziario in più di tostatura.
Tutte e tre mantengono comunque freschezza, mineralità e spalla acida in bocca, caratteristica che si attenua negli anni; oltre ad uno spunto tannico lasciato dal contatto con le bucce e una buona persistenza.
Le etichette richiamano in maniera stilizzata una foto di Dario Orzan da bambino, intento a supportare papà Ivaldo nei processi di cantina. Nell’immagine originale si può vedere il torchio che, pur revisionato, è rimasto lo stesso utilizzato attualmente in cantina.
E ora il Sauvignon 2020, con l’etichetta che vuole richiamare l’uomo preistorico di un tempo, i cui resti sono stati ritrovati nel vigneto dove viene piantata questa varietà.
Uve provenienti da piante del 1986, di clone francese, che, dopo la lavorazione, affinamento in acciaio e bottiglia si esprimono in un vino fresco, dalla parte vegetale non eccessiva, pesca bianca, agrume, scorza di limone, fiori bianchi, tè verde. In bocca è fresco, con una buona spinta di acidità, verticale, dritto, dalla buona mineralità, abbastanza persistente.
La conclusione con due dei tre rossi prodotti, il Cabernet Franc, affinato in solo acciaio per circa un anno e il Merlot “MO RAR”, dal nome del gelso “morar”, in friulano, il quale affina per due anni in botte di rovere da settecento o mille ettolitri, un anno in acciaio e un anno in bottiglia. Nel primo vino emergono spunti di frutti neri, cuoio, leggero tabacco, note erbacee, graffite, per un palato fresco, minerale, dalla buona acidità, tannino presente, ma non invadente. Il Merlot presenta una frutta sotto spirito, frutta in confettura, sottobosco, note terrose, di liquirizia, leggera vaniglia, cioccolato, per un palato più morbido, ma anche dal tannino più vivido, un maggior corpo e persistenza.
Tra le chiacchiere una lonza di maiale, chilometro zero, alla griglia accompagnata dal calice di Cabernet Franc appena assaggiato. Un ambiente tipico dove mangiare prodotti del posto, con i suoi sessanta coperti che nel periodo estivo vengono “trasferiti” nella parte esterna. Consiglio di assaggiare gli affettati prodotti artigianalmente da Renato, tra cui pancetta arrotolata, pancetta macinata, salame, prosciutto crudo.
L’osteria è un punto estremamente importante anche per la commercializzazione dei vini e vengono organizzate, soprattutto nel periodo estivo, degustazioni ed eventi.
Dopo una scorta di vino ed affettati, maglietta numero 161 per Dario Orzan.


