Michele Simoni, nel centro del Palù di Giovo, una cantina urbana, trasformata e cresciuta negli anni trasferendo le vinificazioni e lasciando spazio ad un piccolo agriturismo
29 Maggio 2022
Nel centro del paese di Palù di Giovo, Michele Simoni assieme a papà Ferruccio, mamma Romana (“sono in pensione e mi fanno lavorare più di prima”) e la sorella Genny, conduce la cantina che porta il suo nome, oltre all’agriturismo, con circa una trentina di coperti dove si possono assaporare cibi tipici negli orari serali da giovedì a domenica, o su prenotazione.
L’incontro con Michele inizia con il racconto della storia di questa realtà famigliare che ha avuto origine dal nonno, il quale produceva principalmente Schiava e Müller Thurgau da vendere sfusi. Papà Ferruccio negli anni ’80 ha cominciato a produrre le prime bottiglie, aprendo anche l’agriturismo, così da poter mescere i vini prodotti.
Nel 2015 è entrato ufficialmente il giovane Michele, classe 1989, ribattezzando così l’azienda con il suo nome e cognome: Michele Simoni, oltre a rinnovare le etichette. I due ettari e novemila metri di proprietà hanno visto l’addizionarsi di altri sei ettari e mezzo in affitto e le bottiglie passare da qualche migliaio a circa quindici/sedici mila per anno. Da precisare che l’uva prodotta dagli appezzamenti in affitto viene destinata al conferimento.
“A Palù di Giovo prima ti danno la bicicletta e poi, forse, il pallone. Fino a venticinque anni ho corso in bicicletta e poi, non essendoci stato il salto nei professionisti, ho deciso di intraprendere la strada della mia famiglia, andando in campagna”.
Anche la cantina è stata trasferita nel 2017, dal centro del paese ad un maso a circa un chilometro di distanza, lasciando così anche più spazio all’agriturismo.
Per quanto riguarda la conduzione delle vigne qualche anno fa è stato intrapreso il processo di conversione al biologico, interrotto dopo due anni, soprattutto a causa della diffusione degli appezzamenti, di cui il più grande è di soli tremila metri. Si cerca comunque di rispettare quanto imposto dalle normative BIO, con trattamenti a base di rame e zolfo. La certificazione non è stata accantonata, ma prima di riprendere questo processo è anche fondamentale che ci sia un’inversione di tendenza in tutta la vallata, evitando così il problema delle derive, di chi non pratica questa strada.
Il diserbo non viene più fatto da alcuni anni e le lavorazioni sono manuali, dalla sfogliatura, alla potatura, scacchiatura e ovviamente la vendemmia. La mentalità è quella di produrre poco ma con una qualità molto elevata, pertanto c’è un presidio costante in vigna e una selezione maniacale delle uve da portare in cantina.
Gli impianti sono tutti a pergola trentina, tranne per il Pinot Nero, a spalliera e si estendono nella zona limitrofa a Palù di Giovo, a cavallo del Monte Corona, con terreni che spaziano dal classico porfido, per esempio sullo Chardonnay, a quelli più calcarei come nel Pinot Nero. Tra le varietà coltivate anche il Sauvignon che, a causa della sensibilità al mal dell’esca e flavescenza dorata, è destinato ad essere espiantato per lasciare posto al Riesling.
In cantina si cercano di limitare le lavorazioni, con una pressa da venti quintali, prossima al pensionamento, che schiaccia delicatamente le uve e fermentazioni in acciaio, con lieviti selezionati, a temperatura controllata. Solo il Pinot Nero ed il Lagrein affinano in tonneau usate.
Gli assaggi cominciano con due bollicine Metodo Classico, la prima di Müller Thurgau e la seconda di Trento DOC, 50% Chardonnay e 50% Pinot Nero, prodotte entrambe dal 2018. Il “Ferro Mosso”, Müller Thurgau, Extra Brut due grammi zucchero per litro, resta circa dodici mesi in bottiglie prima di essere sboccato si presenta come un vino fresco, verticale dai sentori di mela, agrume, leggere note officinali, fiori gialli, per un gusto secco e deciso, dalla buona acidità, minerale e dalla bolla fine.
Il Trento DOC “Ferro” affina di media dai trenta ai trentasei mesi sui lieviti e si presenta più pieno al naso, con note di pasticceria, piccoli frutti rossi, mela gialla, note agrumate, anche in questo caso un tocco officinale. Al palato più ricco del precedente, con una bolla fine, minerale, buona acidità e maggiore persistenza.
Entrambi i vini richiamano il nome del papà di Michele Simoni, Ferruccio. Nei prossimi anni è in previsione anche la produzione di un Rosè dedicato a mamma Romana e un altro vino rosato che prenderà il nome della sorella Genny.
Dopo le bolle, un calice di Müller Thurgau 2020, affinato in solo acciaio e senza troppi travasi per non perdere le fragranze, ma solo alcuni battonage. Vino dai sentori di pesca, rosa, spunti di mela ed erbe aromatiche; delicato sia al naso sia al palato, dove entra con tocchi minerali, una buona spalla acida, ottima beva e discreta persistenza.
Concludiamo gli assaggi con un Pinot Nero del 2016, il primo prodotto da Michele, al suo ingresso in azienda. Dal nome “Tufo” e un affinamento in tonneau di sei/otto mesi, a richiamare il terreno su cui sono piantate le vigne di questa varietà, esprime sentori di ciliegia, piccoli frutti rossi, rosa rossa, fragoline di bosco, spunti ematici. Al palato è fresco, delicato, ben equilibrato, con un’acidità attenuata, ma ben presente e buona lunghezza.
Oltre alle varietà citate sono prodotte e imbottigliate anche una Schiava, da un vecchio vigneto degli anni ’70, Traminer e un blend di Lagrein e Schiava, che ha preso il nome dallo “Zio Bepi”, nonno di Michele e zio del campione di ciclismo Francesco Moser. Nel periodo delle gare ciclistiche si terminavano le giornate con un calice dallo “Zio Bepi”, campato fino a centoun anni, bevendo per tutta la vita della buona Schiava, età raggiunta da un altro abitante di Palù, che però beveva solo latte. “Così non abbiamo mai capito se facesse più bene il vino o il latte”.
L’obiettivo per Michele Simoni è quello di arrivare a produrre circa venticinquemila bottiglie per anno e, prima dei saluti, una curiosità sul simbolo scelto per rappresentare l’azienda: un fossile di ammonite, roccia abbastanza comune nella vallata trentina.
In attesa della prossima scampagnata in Val di Cembra e di assaggiare i manicaretti di mamma Romana, maglietta numero 164 per Michele.


