Skabe, con l’industrial designer Robert in un luogo che richiama la storia istriana di un tempo e la quotidianità della produzione di olio e due etichette di vino
24 Giugno 2022
Pochi chilometri ad est di Pola nel piccolo villaggio di Muntic (Munticchio Polesano), è situata questa realtà famigliare che prende il nome proprio dal soprannome della famiglia Radesic: Skabe.
Ad accogliermi in questo posto d’altri tempi, tra le strette vie del paese, c’è Robert, ottava generazione di una realtà che trova le sue origini nei secoli passati e l’indizio principale è proprio nel già citato cognome.
Skabe proviene dal termine “scabino”, con il quale era individuato l’anziano del villaggio, che era a capo della comunità. Comunità che probabilmente (anche se non ci sono testimonianze certe) trovano le loro radici storiche nella popolazione degli di Istri, che si sono ritirate via via nel centro della regione dopo le invasioni dei romani a partire dal 167 a.C., fondando la propria capitale a Nesazio, di fianco al vigneto dell’azienda Skabe. E’ curioso sapere come questi venivano considerati un popolo di pirati, poiché saccheggiavano le navi di passaggio tra le “loro” acque, risparmiando i Carni e i Veneti, con cui avevano relazioni amichevoli e commerciali essendo appartenenti tutti alla stessa comunità: la cosiddetta civiltà dei castellieri.
Robert tiene a sottolineare che le prime testimonianze scritte che raccontano dei suoi avi si trovano in un manoscritto conservato nell’archivio storico di Venezia, che porta la data del 1729; pur essendo presenti nel villaggio dal 1634.
Fino a circa trent’anni ogni famiglia residente in questo luogo possedeva un vigneto, finalizzato a produrre vino per l’autoconsumo, che addizionato alla campagna, gli orti, i boschi ed alcuni capi di bestiame li rendeva autonomi.
Non si può non citare la struttura che ci accoglie, una vecchia casa costruita con mattoni faccia a vista di pietra istriana nella parte interna e anche nella parte esterna, di cui sono stati mantenuti sia gli stucchi sia le travi originali.
Un oggetto su cui Robert si sofferma nel racconto della storia è la “boccaletta”, tipica caraffa istriana nella quale, principalmente nei periodi invernali, veniva inserito del vino, esclusivamente rosso, pane abbrustolito al caminetto, olio di oliva, pepe e miele (non essendoci lo zucchero) per ottenere così la “soppa istriana”, che si consumava attorno al fuoco, come una sorta di pipa indiana. Una tradizione andata perdendosi nel tempo, ma ancora presente in qualche piccolo villaggio, che permette così di far scoprire una delle pietanze più tipiche di questa regione, evitando quelle più inflazionate e talvolta importate da altre culture.
Oggi Skabe ha mantenuto la sua struttura e mission originarie, con la coltivazione di due ettari di vigneto circostanti al piccolo villaggio tutte in un suolo prettamente roccioso, oltre ai seicento ulivi di “busa istriana”. La vigna viene condotta assieme al padre Mario con un bassissimo impatto che vede l’impiego di prodotti quali zolfo, calcestruzzo e bassissime dosi di rame, poiché lo scopo ultimo della produzione del vino è quella dell’autoconsumo. Le bottiglie di media sono quattrocento, divise in duecento di rosso e duecento di bianco, oltre ad alcuni ettolitri di sfuso. “Non abbiamo obblighi di mercato, non siamo vincolati da un fattore economico e per questo motivo facciamo il vino come piace berlo a noi, senza mai l’aggiunta di solforosa”.
Prima degli assaggi delle due etichette, un focus sul prodotto principale dell’azienda Skabe, l’olio le cui olive vengono raccolte, ancora verdi, a mano per non danneggiare il frutto (oltre ad innescare la fermentazione), e portate in frantoio quattro/sei ore dopo per l’estrazione; un processo rigorosamente high tech, effettuato a freddo. “Ai tempi di mio padre e mio nonno le ovile venivano raccolte a dicembre quando erano già scure, per il semplice fattore di incremento del peso e quindi del loro valore economico”.
Il liquido che si ottiene non viene mai filtrato, ad oggi, e si conserva in vasche di acciaio a temperatura costante di sedici gradi, saturo di azoto, così da non ossidarsi. Un assaggio del prezioso liquido versato su un pezzo di pane, fatto in casa con un lievito madre, così da scoprire i principali sentori che spaziano da spunti erbacei, a carciofo e pepe nero. Tipico della busa istriana, il sapore delicato e morbido, con dei leggeri tocchi di acidità ai lati della bocca e una nota piccante data dai polifenoli.
Gli assaggi dei vini cominciano con il Borgogna 2020, un vino ottenuto da una varietà di uva a bacca rossa che un tempo si pensava fosse geneticamente legata al Gamay, prima di aver constatato che si trattasse di un progenitore di una varietà austriaca di nome Blaufränkisch, ma, ancora oggi, non si sa come sia arrivata in Istria (forse grazie alle migrazioni degli uvaggi dal Medio oriente, dalla Persia in su).
Le uve vengono lasciate in macerazione per circa cinque o sei giorni, senza raspo, per poi fermentare spontaneamente, seguendo il processo che si utilizzava un tempo, modificando solo i vasi vinari di affinamento, non più botti in legno, ma vasche in acciaio dove il vino affina per circa tre mesi. Viene data importanza anche ai vari cicli lunari, pur non applicando concetti della biodinamica steineriana.
Vino non filtrato che al naso presenta sentori di piccoli frutti rossi, note ematiche e fresche, con leggeri spunti erbacei, per un palato minerale, sapido, con una buona spalla acida, tannino moderato, non troppa persistenza, che lascia spazio alla beva. “Se fosse per il mercato ci aggiungeremo un po’ di solforosa, ma visto che lo beviamo noi lo lasciamo così. Al massimo avremmo un ottimo aceto”.
Dopo il Borgogna, la Malvasia, sempre annata 2020, che conta un 8/10% di Moscato, come vuole la tradizione Skabe e, come nel primo vino, non si eseguono filtrazioni. La macerazione sulle uve arriva ad un massimo di una settimana, per poi fermentare, anche in questo caso, in maniera spontanea e affinare in acciaio.
Al naso si nota l’impatto del Moscato, con spunti floreali che si avvicinano alla zagara, note agrumate, di nespola e pesca gialla, oltre a spunti erbacei e di tè verde. In bocca anche qui viene rispettata la costante beva, il grado è basso mentre mineralità e sapidità del territorio si fanno sentire.
La particolarità dell’etichetta, uguale per entrambi i vini è il disegno del nonno Mario, omonimo del papà di Robert e il nome “2Mario”, con dedica e richiamo ai due Mario.
Gli assaggi sono stati accompagnati, oltre che dal pane fatto in casa, da alcuni formaggi di pecora tipici del posto, a chilometro quasi zero!
Non solo vino ed olio, poiché la vecchia casa di famiglia è stata ristrutturata e offre la possibilità agli ospiti di pernottare, avendo a disposizione alcuni appartamenti, nel pieno del relax delle campagne adiacenti a Pola.
Storia, tradizione, olio, vino, formaggi, che fanno meritare la maglietta numero 170 a Robert!


