A pochi passi dalla spiaggia di Cisterna e la riserva naturale di Palud per scoprire l’ecosistema di Rino Suran e i suoi vini biodinamici
24 Giugno 2022
Una strada percorsa centinaia di volte per raggiungere due delle più belle spiagge della costa di Rovigno: Cisterna e le piccole baie adiacenti alla riserva ornitologia di Palud, senza mai aver notato quel cancello che nasconde una piccola realtà vitivinicola, l’azienda di Rino Suran.
Al mio arrivo un veloce sguardo alla parte esterna dove si notano subito i primi animali liberi di girovagare nella proprietà e, vista la temperatura di almeno trentadue gradi, assieme a Rino ci spostiamo nella cantina sotterranea, dove questa si dimezza e, all’interno della quale, fa quasi freddo.
Una moderna cantina ricavata nella roccia istriana, nella quale ben si notano le rare venature di terra che offre questo substrato. Circondati da vasche in acciaio e botti di legno, seduti uno davanti all’altro, inizia la scoperta dell’azienda e della storia del Rino viticoltore.
Rino proviene da tutt’altro settore, che lo vede ancora coinvolto per parte della sua vita professionale, ma questa avventura parallela è cominciata da un sogno, suo e della moglie di avere una casetta in campagna; un sogno che si è concretizzato negli anni ’90 con l’acquisto della proprietà e l’inizio della produzione di olio. Il mondo del vino è stato affrontato per la prima volta nel 2005, con le prime esperienze convenzionali, ottenendo risultati, a suo dire, discreti.
La svolta è avvenuta nel 2013, anno dal quale l’azienda Rino Suran lavora in maniera biodinamica, con tanto di certificazione ottenuta negli ultimi anni. “Non per moda, ma in seguito ad un cambiamento interiore…la biodinamica deve essere seguita al 100%, è come una donna gravida, non può essere gravida al 95%”. “E’ per questo motivo che mi trovo sempre su una lama di un coltello, con la possibilità di incorrere in bret o volatile e non voglio uscire con vini difettosi”.
Il cambio di paradigma è avvenuto in seguito ad una serata passata con gli amici tra cibo, chiacchiere e vino. In quel contesto Rino Suran avrebbe dovuto portare il vino di sua produzione, che accidentalmente è stato dimenticato a casa. Fermandosi da un amico, acquistò un vino casalingo, ossidato e senza l’aggiunta di agenti chimici esterni. Era l’unica soluzione per non presentarsi a mani vuote e, quasi vergognandosi, passò la serata bevendo questo vino quasi “difettato”. Il giorno dopo la concretizzazione di stare perfettamente bene anche in seguito ad una grande bevuta di un vino; un vino che era stato prodotto in maniera il più naturale possibile. Questo episodio ha segnato un punto di rottura con la metodologia di produzione precedente! Sommato all’avvicinamento prima di un suo collaboratore ad un corso di biodinamica a Pisino e poi la partecipazione in prima persona ad un secondo corso effettuato a Rovigno, ha fatto svoltare l’azienda in maniera graduale. Non ci si è fermati qui ma il tutto è stato supportato da ulteriori studi e viaggi, che hanno portato Rino Suran a lavorazioni con nessuno o pochissimo impatto, sia in vigna sia in cantina.
La conduzione dei vigneti vede come trattamenti principali l’utilizzo di estratti di ortica, equiseto, propoli, che vengono prodotti direttamente da Rino, in aggiunta a zeolite e achillea millefiori. Oltre allo zolfo, l’unico “veleno” che si utilizza due o tre volte all’anno è il verderame, in minime quantità; i trattamenti di media si terminano a metà luglio.
“Ho un bel trattore Goldoni da cento cavalli, ma non lo uso, preferisco fare i trattamenti con gli atomizzatori a spalla”.
Non possono mancare i preparati biodinamici 500 e 501 con corna, toccate successivamente con mano, che gli vengono regalate un po’ da tutto il mondo e un compost di lombrico californiano.
Oggi gli ettari vitati sono due e mezzo, ridotti dai sette di un tempo e si dividono in due macro-appezzamenti della stessa area caratterizzati da terreni diversi, da una parte da terra rossa, mentre dall’altra da un substrato prettamente sassoso. Dalle due aree nascono rispettivamente le due Malvasie che andiamo ad assaggiare “Vino Vero” e “Vino Azura”, dedicato alla figlia. Entrambi i vini sono prodotti con le stesse modalità di macerazione sulle bucce, per circa venti giorni, fermentazione spontanea in tini di acciaio aperto e un paio di anni o poco più di botte di rovere o sloveno o francese.
“Vino Vero” si presenta con un colore dorato che trasmette una sensazione vitale e di luce solare, pur essendo a diversi metri sotto terra. Al naso spiccano le note di frutta gialla, nespola, albicocca, ma anche note di piante aromatiche, salvia, un tocco di tiglio, pepe bianco, spunti iodati, balsamici e di macchia mediterranea. In bocca si denota per la sapidità e mineralità, con un’acidità in secondo piano, verticale e diretto, con una buona persistenza.
“Vino Azura” si presenta più timido al naso con note di pietra bagnata, una frutta più delicata, fieno, pur mantenendo le caratteristiche del precedente al palato, aumentando leggermente in acidità.
Da sottolineare che entrambi i vini siano stati imbottigliati da pochi giorni e debbano ancora esprimere le proprie caratteristiche migliori.
Le bottiglie prodotte da Rino Suran sono circa quattromila per anno, di cui la maggior parte è rappresentata dalla Malvasia, anche se ad essere coltivate sono anche altre varietà a bacca bianca e a bacca rossa come Chardonnay, Moscato, Terrano, Montepulciano e Syrah. Le prime due sono da ormai diversi anni un lauto banchetto per gli uccelli, mentre le ultime due non hanno mai dato un risultato soddisfacente agli occhi di Rino, pertanto, anche se vinificate, sono state sacrificate.
Solo il Terrano viene imbottigliato ed assaggiamo il “Calandra” 2016 con uve che restano a contatto per circa dieci mesi e l’affinamento di tre/quattro anni in botti di rovere. Al naso emergono note di confettura, sottobosco, cuoio, note speziate, liquirizia, per un palato dalla buona acidità, minerale, sapido, un tannino vivo e buona persistenza, mantenendo il concetto di beva dei precedenti vini.
L’etichetta non può non balzare agli occhi, con una scritta in tre diverse lingue, non lineare ma ad onde, come a rappresentare i vari strati della terra istriana. I caratteri sono molto piccoli, poiché le singole bottiglie vengono vendute in una confezione il cui tappo contiene una lente di ingrandimento…lascio scoprire a voi cosa c’è scritto!

“Il vino si fa con più generazioni, non in una sola vendemmia, con centinaia di esperimenti per produrre un succo di uva fermentato senza formule magiche o stupidaggini aggiunte. Ci vuole una vita per capire una virgola!”.
Tornando all’aria aperta andiamo a conoscere da vicino i vari colleghi di Rino, tra cui le galline, ottime alleate in vigna e acerrime nemiche delle cavallette, pecore di un’isola dell’Atlantico francese (da compagnia e concimazione), api, colombi, gatti e cani.
I cani ad oggi sono due ed è buffo scoprire come il Jack Russel Ben vada ogni giorno nella vicina spiaggia di Cisterna a passare il tempo tra un tuffo e una coccola dei bagnanti per poi tornare a casa all’imbrunire. Il secondo, invece, Jackie è rimasto tutto il tempo assieme a noi.
Un’esperienza last minute, consigliata dall’amico Daniel di Vina Lunika, che mi ha regalato un tuffo nell’ecosistema di Rino Suran e dei suoi vini. Per lui maglietta numero 172 (anche senza foto di rito).


