In compagnia di Giacomo James Cappellini nella sua Forlini Cappellini, Manarola (La Spezia)

Forlini Cappellini, assieme a Giacomo James Cappellini per scoprire la sua piccolissima realtà tramandata da mamma Germana e papà Alberto

08 Luglio 2023

Ritrovo con Giacomo James Cappellini alla rotonda che porta a Manarola provenendo da Riomaggiore per immergerci nella sua piccola realtà: Forlini Cappellini, ereditata da mamma Germana e papà Alberto. La nostra avventura comincia in uno dei vigneti situato sopra al paese, un lotto di circa duemila metri, che rappresenta un quinto dell’azienda, la quale conta altri quattro appezzamenti sparsi nel comune di Manarola, per un totale di un ettaro vitato.

Forlini Cappellini è il blend dei cognomi di papà e mamma, che appartengono a famiglie di vignaioli da sempre, con un forte impatto di matriarcato nella conduzione dei vari processi. Papà Alberto, nel secolo scorso, lavorava in fabbrica e la conduzione della vigna era talvolta portata avanti dalla moglie Germana e la suocera Candida, classe 1906. Da sottolineare che Alberto nel 1973 è stato uno dei fondatori della cantina sociale Cinque Terre, ancora oggi in piena attività, conferendo assieme ad altri diciannove vignaioli le uve prodotte. Giacomo, pur essendo impiegato in un’altra professione che l’ha portato a lavorare da Roma a Torino, si può dire che sia nato in vigna e cantina, “non ho iniziato questa attività, mi ci sono trovato”, giungendo oggi alle porte della sua trentacinquesima vendemmia.

La vigna è in pieno momento di sfogliatura e in quest’area possiamo notare un terreno di riporto, con pochissima terra, avendo negli anni effettuato un’opera di stabilizzazione con del materiale di scarto dalle cave di marmo di Carrara (marmettola), trasformando la sua essenza ricca di acidità in un substrato più basico. I trattamenti sono effettuati per lo più con rame e zolfo, ma se c’è la necessità di intervenire con alcuni prodotti di sintesi in annate particolari, non ci si vuole impedire questa possibilità. L’idea di fondo è quella di utilizzare meno chimica possibile, ma più fisica, monitorando costantemente lo stato di avanzamento delle piante in base all’annata e cercando di prevenire eventuali problematiche.

Un percorso alla scoperta dell’azienda che si interseca con la scoperta delle principali aree delle Cinque Terre, soffermandoci a metà strada tra Manarola e Corniglia, lì dove nel 1990 è stata installata la prima monorotaia per sopperire alla problematica di non poter raggiungere il mare dal vigneto e trasportare così le uve via barca nelle cantine. La vista sulla Costa di Posa è stupenda e, oltre a vedere i due paesi appena citati, in lontananza si può scorgere un’altra delle Cinque Terre, MonterossoQui Giacomo possiede un altro appezzamento vitato e le varietà principali che vengono allevate sono per un 80% Bosco, 10% Vermentino e 10% Albarola. Da sempre queste zone sono vocate all’appassimento vista anche la ventilazione costante che accarezza la costa.

Oggi viene prodotta una sola etichetta di vino bianco secco, blend delle tre varietà; per un totale di sette/otto mila bottiglie e la problematica principale è che vengono messe in commercio ad inizio maggio e già ad inizio luglio sono esaurite. Nelle annate più favorevoli Forlini Cappellini produce anche lo Sciacchetrà da una resa di circa ottocento chili di uva che dopo essere appassita diventa di quattrocento chili e in seguito alla sua schiacciatura manuale rimane di duecentocinquanta chili per un totale di circa cinquecento bottiglie da trecentosettantacinque millilitri.

Dalla vigna ci spostiamo alla piccola cantina in centro a Manarola, con una gradevole temperatura naturale di ventidue gradi (essendo scavata nella roccia), dove sono presenti tutte vasche in acciaio di misura ridotta per le vinificazioni del vino bianco, ottenuto con le tre uve allevate.
Dopo la vendemmia, dal 2010, vengono caricate in un furgone isotermico, così da mantenere una temperatura fresca e costante fino all’arrivo in cantina, preservando la croccantezza della bacca, la componente aromatica e riducendo così l’utilizzo di solfiti aggiunti. L’uva viene praticamente abbattuta dal freddo e resta dodici ore a contatto, sempre a basse temperature, per poi essere diraspata. Per quanto riguarda le fermentazioni la temperatura viene alzata e si effettua un piede in una prima vasca, che fa poi innescare il processo negli altri contenitori. Dopo qualche travaso e una chiarifica in gennaio il vino è pronto per essere messo in bottiglia, dove riposa qualche mese prima di essere commercializzato.

Spostando il focus sullo Sciacchetrà scopriamo che questo un tempo era il vino delle grandi occasioni, il quale si degustava una o poche più volte l’anno, per cerimonie importanti come compleanni, matrimoni o veniva regalato come gesto di riconoscenza. Quasi tutte le famiglie di questa costa ligure lo producevano e ognuna aveva e ha ancora il proprio segreto nella vinificazione. Papà Alberto, che si può scorgere in una foto appesa in cantina, lo ha sempre prodotto, ma mai venduto. Nel 1999 Giacomo lo ha finalmente convinto ad applicare un’etichetta alla bottiglia e promuovere il loro Sciacchetrà, nelle migliori annate, quali 1999, 2000, 2001, 2003, 2006, 2007, 2008, 2009, 2013, fino ad arrivare oggi alla 2016. Se ci sono i presupposti lo si vede subito prima della vendemmia, selezionando i migliori frutti che per primi vengono messi a dimora. I grappoli si appendono in fruttaia con dei ganci ben ancorati a catene d’acciaio che pendono dal soffitto, lasciando solo dei piccoli corridoi finalizzati a controllare sporadicamente il processo di appassimento ed eliminare eventuali marciumi. L’uva, solitamente attorno a dicembre, si sgancia a mano e sempre manualmente, una volta portata in cantina, si diraspa, per poi procedere ad una pigiatura con i piedi. Il mosto ottenuto si lascia dodici giorni in acciaio per far partire la fermentazione in maniera spontanea e, successivamente, si svina per trasferire il liquido in acciaio, dove decanta a dodici gradi, finendo lentamente di fermentare. Lo Sciacchetrà si lascia un anno in piccoli caratelli di legno per poi essere ri-assemblato in acciaio, dove riposa altri due anni/due anni e mezzo prima di essere ulteriormente travasato ed imbottigliato.

Dopo un’accurata descrizione di questo vino simbolo delle Cinque Terre, un piccolo furto dalla vasca d’acciaio dello Sciacchetrà 2018, quasi pronto per essere messo in bottiglia. Un liquido quasi denso, dai sentori di fichi secchi, albicocca disidratata, miele di castagno, foglie bagnate, tabacco da pipa, leggero caramello, un tocco fumè e torbato. In bocca, pur avendo un importante componente di zucchero, ha una buona spalla acida, equilibrio, beva, ti invita ad essere sorseggiato, mantiene la sapidità, è minerale, con una buona densità e offre una straordinaria persistenza.

Una mattinata conclusa nei migliori dei modi assieme a James, frontman di Forlini Cappellini, al ristorante di pesce adiacente alla cantina, Cappun Magru, dall’omonimo piatto tipico a base di pesce e verdure. Dopo un goloso panino ai gamberi e un calice di bianco di nuovo in cammino per visitare Monterosso. Anche per lui sarò d’obbligo tornare a consegnare la maglietta, ahimè dimenticata.

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