Cà del Vent, un’approfondita chiacchierata a quattrocchi con Flavio Faliva, il direttore d’orchestra di questa realtà all’interno della zona della Franciacorta
05 Novembre 2024
Ci troviamo poco più a nord di Brescia, nella cittadina di Cellatica, per incontrare Flavio Faliva, il protagonista, da ormai quasi vent’anni dell’azienda Cà del Vent e, seduti all’interno della sala degustazioni che lascia intravedere il panorama sui vigneti adiacenti, cominciamo una lunga chiacchierata.
Prima di addentrarci nelle varie sfaccettature che contraddistinguono Cà del Vent, un’anticipazione antropologica su questo contesto, in terra bresciana, all’interno della zona di produzione del Franciacorta. Siamo in un territorio dove le persone hanno sempre avuto una grande spinta verso il mondo del lavoro, con l’indole imprenditoriale, tendendo sempre a costruire e creare. Questa mentalità si è riversata anche nel mondo del vino, dove storicamente le protagoniste delle DOC Bresciane sono state quattro diverse uve, probabilmente perché si raccoglieva tutto insieme “quando si aveva tempo” e uve con caratteristiche diverse potevano mediare mancanza di maturazione di una uva o eccesso di tannicità dell’altra. Il vino era un tempo un prodotto spesso accompagnato da seminativi, piante d’ulivo e allevamenti di bestiame e, a causa di un contorno variegato di attività, la vendemmia non sempre veniva fatta al momento giusto. In questi casi non c’erano molti ragionamenti e approfondimenti, trovando la strada nella rapidità delle soluzioni enologiche.
Un tema storico durato diversi anni, da non sottovalutare, ma che fortunatamente sta venendo sempre meno, spingendo maggiormente su produzioni di qualità che stanno prendendo piede in questi territori, grazie anche a realtà come Cà del Vent e alla sua filosofia.
Cà del Vent nasce principalmente da una passione, la passione dei cugini Paolo e Massimo che, da bambini, sono cresciuti nell’abitazione in pietra che si scorge poco dopo la vigna, adiacente alla sala degustazioni. Una casa che è stata acquistata dai nonni per riunire i vari nuclei famigliare durante i periodi di vacanza e per le festività, in un’area indicata sul catasto napoleonico, in dialetto bresciano, come Cà del Vent, da dove trae origine il nome dell’azienda.
Qui, da sempre, ci sono stati i vigneti, che inizialmente erano curati dal custode, conferendo le uve alla vicina cantina sociale di Cellatica. I due cugini, amanti del buon bere, soprattutto di vini d’oltralpe, decisero di provare a vinificare quella che era la produzione dei propri vigneti, con l’idea di artigianalità e spunto artistico, che non era costume in quella zona, soprattutto all’inizio di questa avventura.
Correva l’anno 1994 quando è emerso il primo embrione di questa idea, concretizzata nel 1996, con l’aiuto di un consulente enologo e un consulente agronomo. L’obiettivo era quello di ottenere vini rossi di qualità, pur essendo immersi nella DOC Franciacorta e, nei primi anni, sono state prodotte un paio di migliaia di bottiglie con attrezzature per lo più prestate e con qualche barrique acquistata, il tutto in maniera piuttosto rudimentale, sfruttando una vecchia cantina sotto all’abitazione. Fin dagli inizi le bottiglie prodotte sono state etichettate con il nome Cà del Vent.
Un’attività hobbistica che è proseguita fino alla vendemmia 2005, anno in cui i due furono “richiamati alle armi dalla famiglia”, per subentrare nella gestione delle attività principali, in altri settori, a tempo pieno.
Pur essendo una piccola attività, quella della cantina, occupava tempo, tempo che ormai non era più a disposizione.
In quello stesso anno Flavio era appena tornato da una serie di escursioni in Spagna, dopo aver conseguito la laurea in scienze agrarie e con l’idea di approfondire il mondo del vino dal punto di vista delle vinificazioni. Grazie a questa volontà, affiancata allo studio dell’enologia proprio del piano di studi dell’università di Bordeaux, ha dedicato molti anni a questo scopo, inizialmente alternando studio e lavoro in una cantina friulana. “Di giorno lavoravo e di notte studiavo, potendo osservare da vicino i vari processi di trasformazione delle uve e quali fossero i macchinari coinvolti”. Un primo incontro pratico con il mondo del vino che lo ha fatto innamorare anche del lato produttivo, così da spingerlo ad inviare circa tremila curricula alle più disparate cantine italiane, ricevendo quattro risposte, tra cui quella di Cà del Vent.
In azienda ci si stava chiedendo se trasformare gli ettari vitati in un parco per ospitare installazioni artistiche e sculture, passione di famiglia, o trovare una persona che potesse portare avanti questa realtà dal punto di vista vitivinicolo, creando un progetto più solido e strutturato. Tra Flavio e la proprietà c’è stata fin da subito una sorta di condivisione di idee e intenti, volendo creare un progetto vitivinicolo più spensierato e creativo di quello che offriva il panorama circostante del tempo. Pur avendo conoscenze relative, l’impulso era quello di poter andare oltre l’aspetto puramente pragmatico e scientifico, con la curiosità di esplorare un mondo che era, in quel momento, “un insieme di scatole nere”.
La prima vendemmia seguita da Flavio è stata la 2006, anno in cui sono state eseguite alla lettera le “visioni e ricette” dei consulenti, sia in vigna sia in cantina, potendo toccare con mano quello che il lavoro del cantiniere poteva portare in più o in meno rispetto agli anni precedenti. Già dall’anno successivo, quel modo tecnico e scientifico di fare il vino si era capito non fosse a beneficio per far esprimere il luogo in cui si trovano i vigneti dell’azienda. Fortunatamente c’è stata da parte della proprietà una fiducia nel nuovo collaboratore, permettendogli di poter creare in maniera libera e artistica quella che è l’anima di Cà del Vent.
Cercando qualcosa che andasse oltre la visione tecnica della Franciacorta di quegli anni, si è deciso di ampliare gli orizzonti, muovendosi in altri territori, italiani e francesi, per toccare con mano i primi embrioni di vini “alternativi”.
Si sono così incontrati prodotti diversi, alcuni incomprensibili, alcuni difettati, altri molto stani, e altri “illuminanti”, ma il concetto di base è che in questi contesti non si parlava solo di numeri o rigore nella produzione, ma il clima era più goliardico, più coinvolgente, facendo emergere meno le parti tecniche della viticoltura, ma maggiormente quelle umane.
Ci si è accorti che c’era un mondo al di fuori di quella disciplina estremamente tecnica insegnata sui libri, più allegro e sorridente, dove il vino non era visto come elemento frutto della tecnica, ma una bevanda che si consuma in occasioni di piacere e condivisione. Questo è stato un primo passo per illuminare quelle scatole oscure che imperavano all’inizio dell’attività di Flavio e della prima versione di Cà del Vent.
L’altro importante passo del 2006 è stato quello di effettuare una zonazione di tutti i vigneti dell’azienda, così da capire cosa ci si trovasse sotto ai piedi, scoprendo un mosaico di terreni e suoli di origine marina, caratterizzati da marne dalle caratteristiche fisiche e chimiche molto variegate, anche all’interno dei singoli appezzamenti. Ogni vigneto si distingueva dall’altro, anche per l’esposizione, la presenza di risorgive, la vicinanza con il bosco, iniziando così ad intraprendere una viticoltura adatta alla singola zona, riportando questi concetti in cantina, vinificando in maniera separata le varie masse.
La divisione dei vigneti, aggiungendo alcuni appezzamenti a quell’ettaro e mezzo di partenza, ha visto tredici diversi Cru, tutti nel comune di Cellatica, in cima alla collina, per un totale di sette ettari odierni. I terreni hanno tutti la comune origine marina, grazie alle emersioni avvenute tra duecentocinque e quindici milioni di anni fa. Da questi si è ereditato un suolo calcareo che presenta ancora numerosi fossili, ma anche selce e differenti tipi di scaglie. La disgregazione delle rocce ha, successivamente, dato vita alla materia argillosa, alcune aree sabbiose e, grazie all’accumulo di sostanza si è formato uno strato organico.
L’altitudine è di circa trecentocinquanta metri sul livello del mare, ma quello che fa la differenza è il gradiente di dislivello, che garantisce minore riflessione dei raggi solari e la formazione di una costante brezza termica. Il dislivello consente al vento di agire maggiormente tra le piante, mantenendo una maggiore sanità e sedimentando l’inquinamento e le polveri nelle zone più basse; non essendoci “filtri” le foglie si arricchiscono di una maggiore luce.
Cà del Vent ha visto un’evoluzione nel lavoro in vigna, partendo dall’obiettivo di voler essere ambasciatrice del territorio dei Campiani di Cellatica, volendo impattare il meno possibile sulle piante e su quel terreno con un patrimonio così ricco. Solo durante i primi anni sono stati applicati gli studi accademico-scientifici, ben presto abbandonati per immergersi in nuovi ecosistemi di scoperta, fatti di viaggi enologici, condivisione con altri vignaioli, ma anche aprendosi al mondo umanistico, filosofico e spirituale tipico dell’Oriente.
Ci si è avvicinati in prima battuta alla biodinamica, capendo che quelli descritti da Steiner erano esempi di ragionamento a favore dell’agricoltura, che avrebbero dovuto essere interpretati e non applicati alla lettera come fossero una ricetta. I vari preparati sono stati utilizzati inizialmente, non come la soluzione a tutti i mali o come fertilizzanti (nel caso del preparato 500), bensì come un aiuto energetico vibrazionale per la pianta e per l’ecosistema, così da favorirne il proprio benessere. Questi sono stati abbandonati ormai da dieci anni e potrebbero essere ancora in qualche frigo della sala degustazioni!
Tra le varie sperimentazioni Flavio ha contattato un medico e un fisico quantistico per effettuare un lavoro di ricerca, durato cinque anni, che consisteva nella gestione di alcune piante da frutto con il solo utilizzo dell’acqua come vettore di informazione. Sono stati così creati dei campioni di acqua informatizzata, da un litro e mezzo, al cui interno sono stati inseriti minerali, luci, le stesse malattie invertite di fase, per poter trattare un campione di alberi, tra cui fichi, pruni, peschi, meli e la vigna stessa (piantata ex novo a casa del medico). L’acqua come mezzo di trasporto di energia e non come fertilizzante o come rinvigorente per le foglie, è stata l’unica fonte di trattamento e, in cinque anni, ha permesso di non far sviluppare alcuna malattia alle piante. C’è da sottolineare che non si è stati in grado di replicare tali risultati ad un campione più esteso di vigneti, principalmente per la non replicabilità dell’acqua informatizzata su contenitori più grandi, da trecento litri, necessari ad un’azienda che deve necessariamente portare a casa la produzione con cui ottenere i propri vini in bottiglia.
Questo ha comunque permesso un cambio di paradigma, spostando il ragionamento sul non interventismo, ritenendo che ciò che c’è in natura possa fare il proprio lavoro, semplicemente cercando di agevolarlo e non danneggiarlo (come talvolta è solito fare l’uomo “distruttore”).
Un esempio molto pragmatico è quello del sovescio. L’approccio scientifico insegna che piantando una serie di piante ed infiorescenze, e sotterrandole con un aratro, si arricchisce in nutrienti il terreno. Questo è un approccio danneggia tali terreni, poiché, i vegetali così interrati vanno in putrefazione invece che essere correttamente degradati e metabolizzati dai microrganismi che vivono sul terreno e negli orizzonti del sottosuolo, quegli orizzonti che l’aratro distrugge, compattando tra l’altro il terreno e consumando carburante. Le piante, da sole, fertilizzano il suolo più di quanto asportano: il bosco ha forse il suolo più fertile che esiste e nessun essere umano lo concima!
Nel corso degli anni si è cominciato a prendere atto del proprio patrimonio, abbandonando molti degli approcci tecnico-scientifici, in una sorta di biodinamica interpretativa, badando le proprie regole di agricoltura su quella che è la vita di chi abita la natura e non l’utilità che l’uomo ha creato nel sistema agricolo. È necessario interpretare e capire quanto avviene tra le piante, gli insetti e i microrganismi, che sono totalmente diversi da noi, per capire il sistema agricolo serve “pensare” come una pianta, come un microrganismo, non come un uomo. Le creature del mondo naturale dialogano e si muovono sulla base di stimoli che possono essere ormonali, elettromagnetici, legati alla luce, alle frequenze, energie, temperature e quanto viene fatto in Cà del Vent è cercare di stimolare tutte queste reazioni positive per l’equilibrio di un sistema naturale. Per portare aria in un terreno non è necessario ripuntarlo distruggendone la struttura, ma si cerca di favorire il lavoro dei lombrichi e degli insetti capaci di scavare gallerie nel suolo, o quello dei microrganismi che fanno “lievitare” il suolo col loro metabolismo, o la radicazione sia delle vigne sia delle erbe spontanee, che respirando o spaccando la terra portano ad essa un naturale apporto di ossigeno, o ancora il crepacciamento tipico dei periodi siccitosi.
“Aiuto la vigna facendo il meno possibile, mi comporto come un direttore d’orchestra creando le migliori condizioni per miei strumentisti: insettini, microrganismi, piante, essenze spontanee, con l’aiuto del vicino bosco”.
L’erba non viene sfalciata, vengono fatti degli inoculi di microrganismi autoctoni nel terreno, grazie alla creazione di un compost a base vegetale, di rami, foglie, vinacce e feccia, restituendo alla terra parte di quello che ci ha donato.
Si ritiene che l’intelligenza delle piante risieda negli apici delle radici e dei germogli, si evita così di cimare le viti e lavorare il terreno. Tutti i lavori vengono effettuati rigorosamente a mano, per poter osservare da vicino la singola pianta e capire come sta, aiutandola in un determinato modo piuttosto che un altro. Anche a livello produttivo ci cerca di trovare il corretto equilibrio, con una portata di circa settecento grammi di uva per pianta.
Da ultimo, qualora ci fosse la necessità, i trattamenti vengono effettuati con solo rame e zolfo.
Una volta consolidato il processo di gestione dei vigneti e compreso il fabbisogno delle proprie piante “il gioco è fatto”, ovviamente considerando che gli aspetti di vigna e di cantina siano inscindibili, pur essendo svolti in due luoghi diversi. La trasformazione delle uve non ha l’obiettivo di produrre il vino più buono del mondo, ma quello più identitario del posto, che possa raccontare la storia di Cà del Vent.
Per quanto riguarda le vinificazioni, Flavio si identifica in un pittore che ha a disposizione una tavolozza di colori unici, provenienti da una determinata annata e ogni anno ha il compito di interpretare quell’unicità, trasformandola in vino.
Prima di immergerci più concretamente nel tema cantina, una riflessione sulle varie tipologie di vino che incontriamo oggi sul mercato. Partiamo dall’assunto che il vino può essere prodotto in diversi modi, ma si chiama sempre vino! Si può produrre vino in modo scientifico-accademico, un approccio che ben si adatta ad una produzione industriale, che per sua natura cerca un vino e con un gusto definito, capace di soddisfare ampie fette di mercato per garantire sufficienti volumi di vendita. Questo, ovviamente, sottintende una metodologia produttiva talvolta più rapida, con l’utilizzo di tecnologie e alcune sostanze in aiuto alla produzione, per ottenere un vino senza difetti, che sia costante e riconoscibile nel corso degli anni.
Con questa riflessione non siamo andati a sottolineare il fatto che questo approccio sia sbagliato o che i vini prodotti in questa maniera “siano il male”, ma che il contesto di Cà del Vent è decisamente opposto. Proprio per questo motivo le due diverse metodologie dovrebbero convivere, senza entrare in conflitto, poiché sono due mondi distinti, che hanno due target diversi di clientela e dovrebbero cessare i dibattiti che li mettono a confronto.
La filosofia di produzione dell’azienda vuole rispettare quella dell’artigianato, con le premesse di produrre un vino sartoriale, che possa raccontare l’azienda e il territorio, grazie anche alla personalità e soggettività del produttore, che deve interpretare una determinata annata. Si entra nel mondo dell’arte, ottenendo un qualcosa che possa dare emozioni, senza standard, curando ogni sfumatura e con la conseguente stimolazione di un piacere differente dalle costanti del primo approccio. Una scelta dettata dalla passione per la propria terra e per il vino con un’anima e un’identità legata al territorio.
Nel magico mondo del vino artigianale, visto come forma d’arte, oltre alla tecnica, è però necessario un altro ingrediente, che si chiama talento, senza di esso può sicuramente ottenere dei risultati precisi e lineari, ma se vuoi produrre un grande vino ci vuole qualcosa di più. È come entrare in un’accademia d’arte ed incontrare una classe di ottimi tecnici di questa materia, ma per essere il Giotto di turno non basta la precisione tecnica. Naturalmente, se manca il talento e manca lo studio, e quindi la tecnica, il risultato di un tentativo di vino artigianale rischia di essere gravato da lacune e difetti, aspetti che nulla hanno a che vedere con territorio e artigianalità.
“Noi facciamo vino, che non ha etichette, né bio, né biodinamico, né convenzionale, ti può piacere o non ti può piacere, ma non vogliamo appartenere a gruppi o schieramenti”.
Tecnicamente in cantina si sfrutta quello che c’è nell’uva per trasformarla, schiacciando i grappoli interi per lo spumante, sotto mezzo bar nel caso della prima pressatura, per poi lasciare la massa a decantare una notte, al fresco, senza l’aggiunta di solforosa (dal 2020) e di alcun componente coadiuvante enologico.
La mattina successiva si travasa il succo in legno, di barrique o tonneau e si lascia affinare per circa sette mesi. All’inizio della produzione seguita da Flavio si sono acquistate tutte botti nuove, per far sì che i vini non venissero intaccati da lieviti o agenti estranei all’ecosistema aziendale. Una scelta sicuramente coraggiosa, visto l’impatto del legno nuovo sul vino, che si è dimostrata azzeccata nel lungo periodo. Tendenzialmente la fermentazione del Pinot Nero, sia alcolica che malolattica, avviene in barrique, mentre per lo Chardonnay si predilige, da qualche anno, il tonneau.
Le uve si vinificano per singola parcella per poterne verificare e monitorare l’evoluzione e scoprire i sentori insiti sia nell’annata, ma anche in un determinato terreno.
Dopo il giusto riposo in botte, nel mese di febbraio, per tre giorni vengono fatti i vari tagli. Flavio avverte qualche giorno prima i suoi collaboratori, di non voler incontrare nessuno nel periodo di creazione delle basi spumante e si chiude nella sala degustazioni con una cinquantina di campioni, in compagnia della musica di Chopin in sottofondo. Il lunedì si decide la base del Pinot Nero, martedì lo Chardonnay, mentre il mercoledì crea il Rosè, con le seconde pressature del Pinot Nero, mentre il Brut viene creato da sé, con tutte le basi che rimangono, assaggiandolo per la prima volta ad assemblaggio fatto.
Fino a qualche anno fa le etichette di Spumante erano sei, essendoci anche “Pensiero” (cessato nel 2019) e “Sospiri” (fino al 2015). Il primo vino era il frutto delle seconde pressature dello Chardonnay, con l’aggiunta di una parte di mosto fiore, mentre il secondo era prodotto blendizzando tutte le sperimentazioni di una singola annata. Dal 2006 si è portata avanti un’area sperimentale dell’azienda, con varie collaborazioni e prove di vinificazione, tra cui ossidazioni, diverse fermentazioni, botti scolme e i prodotti di queste prove si univano in un blend che dava vita ad un sesto Spumante.
Oggi troviamo quattro bollicine, che ricoprono la maggior parte della produzione e dell’impegno di Cà del Vent, non nascendo come spumantizzatori, ma appassionandosi a questa tecnica, pur non producendo Franciacorta, ma essendo immersi in questo territorio. Le etichette riportano opere d’arte ed installazioni che si trovano nella proprietà e troviamo: “Sogno” Blanc de Blanc; “Memoria” è il Brut con uve Pinot Nero e Chardonnay; il Blanc de Noir con solo Pinot Nero e infine “Anima” e il Rosè. I mesi di affinamento sui lieviti sono decisamente lunghi e i vini escono in commercio sei, sette, otto o oltre anni dalla vendemmia.
Tutti gli Spumanti sono stati identificati nella categoria Brut, pur essendoci un grado naturale di zucchero molto basso e viene specificato in etichetta che si tratta di Pas Operè, ovvero che non si aggiunge alcun liqueur d’expedition, ma le bottiglie si colmano con lo stesso vino, per rispettare la tipicità del territorio e dell’annata stessa.
Oltre alle bolle Cà del Vent produce anche due bianchi a base Chardonnay: “Tamerlano” e “Circus”. Il primo è un vino di ispirazione borgognotta, che fermenta e affina in barrique, mentre il secondo è prodotto in sole centocinquanta, centosettanta bottiglie. Questo si ottiene dal vino avanzato per la produzione del “Tamerlano”, solitamente una barrique che resta scolma molti anni, così da ottenere uno Chardonnay in stile ossidativo.
Per quanto riguarda i vini rossi, troviamo il vino più identitario di questo posto, il “Campiani”, con uve Barbera, Marzemino, Schiava Gentile, Incrocio Terzi n.1 (Barbera su Cabernet Franc), affinato in acciaio e vetroresina, il quale dal 2011 è uscito dalla DOC come tutti gli Spumanti, a causa della bocciatura di tutti i vini dell’azienda, da parte delle commissioni di degustazione. Infine, un Cabernet Sauvignon e un Merlot in purezza, che riposano per almeno due anni in barrique, un altro anno in acciaio e successivamente in bottiglia.
Fin dall’inizio, si è pensato a come creare un organigramma strutturato, sia per la gestione della vigna, sia in cantina, ma anche dal punto di vista commerciale. Lo staff di Cà del Vent è formato da sei persone, tra cui troviamo Antonio Tornincasa, che si occupa della commercializzazione delle bottiglie, oltre che della comunicazione, avendo seguito la crescita aziendale anche dal punto di vista dell’aumento della produzione.
I primi anni non è stato semplice commercializzare questi vini “diversi dagli standard del luogo”, con una percezione del consumatore, ma anche dai vicini di casa, di un’azienda strana e piuttosto scomoda nel panorama della Franciacorta. Fortunatamente la storia è mutata in maniera positiva, ricavandosi una nicchia di mercato e valorizzando quegli “strani aspetti” che in una prima fase hanno penalizzato Cà del Vent. Oggi l’azienda si è imposta come un simbolo del territorio ed è presente in molte carte dei vini, anche di ristoranti rinomati, diventando anche una fonte di ispirazione per altre aziende, limitrofe e non, che ne hanno seguito la filosofia di produzione.
Le bottiglie di media si attestano sulle trenta-trentacinquemila per anno per quanto riguarda i Metodo Classico, mentre meno di cinquemila tra bianchi e rossi fermi. L’obiettivo, a tendere, è quello di arrivare a circa quarantamila di bollicine, ma non andare oltre, poiché si rischierebbe di alterare l’equilibrio aziendale sia in termini di qualità sia in termini di forza lavoro.
Prima di lasciare Flavio un giro d’ispezione degli ambienti principali dell’azienda, scoprendo la cantina dove avvengono le vinificazioni e una panoramica sui vicini vigneti, che sono tutti attorniati dal bosco, tranne un piccolo appezzamento situato sulla collina opposta, dove si sono piantati alcuni alberi di ulivo.
La cantina è stata costruita nel corso degli anni, su progetto di Flavio, parzialmente sotto ad una collina adiacente all’abitazione di famiglia della proprietà e al suo interno sono presenti due principali aree, una prima sala con contenitori di acciaio, dove avvengono le decantazioni ed assemblaggi finali e la sala delle barrique e tonneau, all’interno delle quali riposano i vini, con sottofondo musicale, rispettando la frequenza di 432 hertz.
Botti che non vengono mai sostituite, se non nel caso di eventuali rotture, trovando così i primi vasi vinari dal 2006 in poi.
Da qui facciamo qualche furto per assaggiare alcune basi spumante sia di Pinot Nero sia di Chardonnay (che in due casi abbiamo trovato in piena fermentazione malolattica).
Senza dilungarci in sentori che poi troveranno il più corretto equilibrio in bottiglia, la caratteristica principale che accomuna tutti i vini è una grande tensione e verticalità, con un’ottima spalla acida e una grande sapidità, eredità dei suoli di origine marina che governano queste colline.
Da sottolineare che le sole attrezzature che si trovano in Cà del Vent sono una pressa pneumatica, la diraspatrice, una pompa e un agitatore ad elica.
Infine, il magazzino delle bottiglie, invece, si trova vicino all’ingresso dell’azienda, in un ambiente ricavato sempre sotto ad una collina, per mantenere una temperatura costante. Dopo l’affinamento i Metodo Classico vengono portati in punta in maniera manuale, con l’utilizzo di pupitre e remuage.
Un viaggio all’interno di Cà del Vent, ma anche molte riflessioni nel mondo del vino e nel mondo in generale, grazie a Flavio Faliva, che merita la maglia numero 364!


