Le diverse vite di Gian Antonio Posocco, enologo, consulente, agente, produttore; in compagnia di una calice con la vista sui vigneti di Fregona
31 Ottobre 2021
Conosciuto alla manifestazione “No Conta i Torni”, tenutasi nei primi giorni del mese di ottobre a Mogliano Veneto, nell’omonima Villa Torni, sono riuscito a rispettare la promessa di andare a trovare Gian Antonio Posocco, contrariamente ai soliti standard, in tempi piuttosto brevi.
Salendo tra le colline di Sarmede, a poche centinaia di metri in linea d’aria da Fregona, località nota per la produzione del Torchiato di Fregona, si incontrano le vigne di Gian Antonio Posocco e un piccolo stabile, adibito a ricovero attrezzi e sala degustazione all’aperto con tanto di tettoia provvisoria per ripararsi da umidità ed eventuale pioggia.
La vista è a centottanta gradi sulla vallata sottostante e i paesini tra le colline limitrofe, oltre ai vigneti di proprietà e quelli dei “vicini di campo”.
Dopo aver aperto una delle bottiglie del suo “Vincolfondo” ci sediamo a degustarlo e chiacchierare. L’incontro di Gian Antonio Posocco con il mondo enologico è avvenuto in gioventù, alle scuole superiori; il suo desiderio era quello di fare il liceo artistico, quello della mamma lo voleva geometra (“parchè se ciapava più schei” – perché si prendevano più soldi), mentre prevalse il consiglio del padre nel volergli far intraprendere il percorso enologico alla vicina scuola Cerletti di Conegliano.
Dopo l’istituto superiore e una breve esperienza di lavoro all’interno della medesima scuola, l’iscrizione alla facoltà universitaria di lettere ad indirizzo filosofico, occupando parallelamente il suo tempo tra arte, politica e movimenti giovanili. Da buoni figli degli anni ’60 si voleva professare il senso alla vita in un clima di benessere dettato dalla fine delle guerre, con nuove idee di crescita, possibilità e realismo.
Gli anni ottanta sono stati caratterizzati da alcuni viaggi tra Stati Uniti e India, fino a ritornare in Italia e mettere su famiglia, lavorando prima i terreni del suocero, poi alcuni terreni agricoli, non vitati, per alcuni imprenditori tedeschi e, fino al 2001, in una nota azienda del trevigiano, sempre nel settore agricolo/alimentare.

Appassionato di lavorazioni biologiche e tecniche della biodinamica, avendo frequentato alcuni corsi inerenti a queste materie, da un lato innovative, dall’altro legate a tradizioni del passato, dal 2001 iniziò a proporre sul mercato italiano dei vini che rappresentassero questa filosofia e caratteristiche. Circa una ventina di aziende vitivinicole che producevano “vino da agricoltura biologica”, non essendoci ancora le certificazioni che conosciamo oggi.
L’idea di avvicinarsi a questo mondo è partita anche da una riflessione legata all’evoluzione del mondo della produzione di vino. Nel dopo guerra i contadini erano incentivati alla produzione di una copiosa quantità di vino pur mantenendo delle metodologie di vinificazione che spesso non davano dei risultati qualitativi. In questo clima l’enologia ha trovato un terreno fertile per dotare i vignaioli di tecniche, prodotti, tecnologia utile per creare e non produrre il vino, ottenendo un risultato disastroso sia sulla campagna, sia sulla standardizzazione dei prodotti. I vignaioli, in numerosi casi, si sono trasformati in imprenditori, gestendo le proprie attività guardando più all’utile finale che alla qualità del prodotto.
La filosofia di Gian Antonio Posocco si può riassumere in una frase che ha esclamato durante la nostra chiacchierata: “Se avessi dovuto vendere coca cola, avrei potuto starmene a casa”.
Un lavoro dettato dalla passione per quella che era una novità e una spinta verso il rispetto dell’agricoltura prima di tutto, ambasciatore e creatore di cultura per promuovere dei vini “diversi” nel territorio nazionale, concentrandosi negli ultimi anni nella città di Venezia. Proprio nella città di lagunare che nel 2007, assieme ad altri tre amici ha fondato l’associazione “Laguna nel Bicchiere le Vigne Ritrovate”. “www.lagunanelbicchiere.it
Nel 2016, accorgendosi di essere alla soglia della seconda giovinezza e riflettendo sul cosa voler fare da grande, la concretizzazione di un sogno nel cassetto, quello di poter fare vino da sé.
Negli anni precedenti, gli esperimenti non sono mancati, ma con uve, vinificazioni e lavorazioni di cantine esterne, che non rappresentano a pieno le idee di Gian Antonio.
Sono state così impostate le basi del progetto con il primo appezzamento nelle colline di Mondragon, a trecentocinquanta metri sul livello del mare, nella zona di Tarzo dietro a Conegliano Veneto, successivamente a Montaner, punto del nostro incontro, nel comune di Sarmede. In totale circa un ettaro allevato a Glera con vecchi vigneti al cui interno sono presenti anche varietà come Verdiso, Bianchetta, Perera e Boschera. La più recente novità sono i nuovi piccoli impianti, circa quattromila metri di Sauvignier Gris, vitigno resistente alla peronospora e all’oidio che intende sviluppare nel prossimo futuro.
I sottosuoli sono diversificati e proprio per questo motivo vengono prodotti due vini diversi, un rifermentato in bottiglia e un vino bianco fermo. Il primo, “Vincolfondo”, ottenuto dalle uve che trovano dimora in un sottosuolo morenico più profondo; mentre il secondo vino, “Fataman” è prodotto con uve che risiedono in un terreno ricco di detriti, argille e sedimenti compressi, frutto della forza di un ghiacciaio. una parte del Fataman viene premuto su una graticola di legno con le mani. la raccolta è manuale e l’uva viene curata grappolo per grappolo meticolosamente.
L’imprinting per le lavorazioni della vigna è legato agli studi in biodinamica, pur non applicando alla lettera tutte le pratiche, cercando di fare quanto di meglio è possibile e necessario per la terra, la vigna e il vino, riconoscendo i propri limiti personali.
Per ridurre l’impatto di rame e zolfo si usano insieme dei preparati a base di tisane, equiseto, propoli, alghe marine, ortica, riprendendo qualche tecnica di biodinamica. Un’onestà intellettuale che ammette i limiti di non essere in grado, al momento, di garantire una presenza in vigna tale da definirsi strettamente “biodinamico”.
Il vino degustato è il “Vincolfondo”, prodotto con le uve a corpo, che vengono lasciate per la durata della fermentazione, per circa sei/sette giorni in contenitori d’acciaio, così da svolgere tutto il processo fermentativo in maniera spontanea. Per la seconda fermentazione in bottiglia viene utilizzato il mosto congelato della stessa annata. E’ stata, inoltre, creata un’etichetta parallela dello stesso vino fatto rifermentare con un mosto di Torchiato, con uve che sono fatte appassire in appositi locali areati su cassette e anche appesi come nella tradizione di Fregona. L’etichetta è frutto del disegno della figlia Carlotta, che insegna in una scuola Steineriana a Treviso
Bianco frizzante con un bel colore giallo e leggere sfumature arancio che sprigiona sentori di frutta matura, albicocca, mela gialla, fiori di campo, fieno, leggere note di pane, erbe aromatiche, salvia. La bolla è grossolana, ma non invasiva; in bocca entra pieno, con un buon corpo, ottima spalla acida e mineralità, sapido, avvolgente e con un leggerissimo tannino finale.
Un’azienda che ad oggi porta il nome di Cal Piana, con una piccola produzione in lenta espansione.
L’obiettivo di crescere, ma non troppo, mantenendo una qualità nella filosofia e nella produzione di prodotti che potranno essere riconosciuti nel vasto mondo del vino.
Il prossimo futuro, oltre alla creazione di un nuovo impianto di Souvignier Gris, vede la costruzione di una cantina, dove poter seguire tutti i processi di produzione.
Cogliendo l’invito di Gian Antonio Posocco a tornare, anche per toccare con mano i vari lavori direttamente in vigna, per lui maglietta numero 104!


