Lagvinari, un primo approccio all’interno del mondo dei vini georgiani, a casa del fondatore di questa cantina, l’ex cardiochirurgo anestetico Eco Glonti
13 Maggio 2026
Un Viaggio in Georgia iniziato nel modo migliore, grazie all’ospitalità di Erekle Glonti, detto Eco, il quale ci ha aperto le porte della sua casa, per farci scoprire la sua azienda Lagvinari.
Una serata in una tipica casa nel centro di Tbilisi, ricca di opere d’arte, libri e cd, dove ad aspettarci c’era una tavola imbandita con numerose prelibatezze locali e, ovviamente, gli assaggi dei vini prodotti dal capofamiglia.
La storia della vita di Eco si può dividere in due parti, quella da medico, con tanto di dottorato in cardiochirurgia anestetica e quella di produttore di vino. Tra una chiacchiera e l’altra scopriamo che il suo primo incontro con qualcosa di alcolico è avvenuto all’età di tre anni, quando, per gioco, ha rubato una bottiglia di birra e l’ha bevuta pensato fosse una semplice bibita, facendo si che i suoi genitori lo trovassero dormiente e non troppo lucido. Un episodio che è stato realizzato qualche anno più tardi, quando si concretizzò la consapevolezza dell’esistenza di queste particolari bevande che contengono alcol.
Il periodo dell’adolescenza e della giovinezza lo hanno avvicinato al mondo del vino, in prima battuta con spensieratezza (“just to be macho”) per poi essere approfondito più da vicino, fino ad arrivare ad un punto di rottura. Con l’evoluzione della tecnologia e l’introduzione sempre maggiore di processi chimici e tecnologici ci fu un distacco da questo mondo che non lo rappresentava più.
Così, dopo qualche anno di separazione, iniziò a ricercare quei produttori che portavano avanti la tradizione millenaria del suo Paese, dove si è cominciato a fare vino circa ottomila anni fa. In questa ricerca si avvicinò a movimenti legati ai vini sostenibili, o “naturali” che dir si voglia, anche se egli stesso conferma che questa parola è stata bistrattata negli anni e, purtroppo, ha identificato anche vini talvolta troppo estremi e, addirittura difettati. Da qui è scattata una scintilla e la volontà di produrre i propri vini, a sua immagine e somiglianza, che fossero il più sostenibili possibile, ma non avessero troppa libertà, in un equilibrio tra bassissimo impatto e piacevolezza.
La prima bottiglia è stata prodotta con la vendemmia 2011 e, grazie al successo riscontrato fin da subito da Eco, oggi Lagvinari si è concretizzata come una piccola realtà famigliare di otto ettari, dislocati sia ad est sia ad ovest della capitale Tbilisi, rispettivamente nelle aree vitivinicole di Kakheti ad est e Imereti ad ovest del Paese.
Parlando di terreno, il grande lavoro di Eco, soprattutto nelle fasi iniziali è stato quello di creare, per almeno tre/quattro anni una vigoria che mancava, talvolta, facendolo additare come personaggio piuttosto strano, da più di qualche amico e collega. La sua soddisfazione maggiore è stata quella di dimostrare che con le sue pratiche le vigne potevano godere di un benessere migliore di quelle di molti altri che lo criticavano, “quando loro avevano le foglie bruciate o le piante morenti, le mie erano godevano di piena salute”.
Una delle caratteristiche delle vigne è che le piante sono tenute in maniera “piuttosto libera”, con un’altezza che arriva ad un metro/un metro e mezzo.
La conduzione è svolta in maniera più che organica, con qualche tecnica e contaminazione biodinamica, pur non definendosi Eco un produttore biodinamico. Vengono creati i preparati assieme ad altre aziende, in un connubio energetico a più mani e, in vigna, si cercano di sfruttare per lo più le materie vive, come i batteri, sia grazie agli stessi preparati, ma anche con un compost auto-prodotto. Pur utilizzando rame e zolfo e copertura, negli anni si stanno diminuendo drasticamente le dosi di entrambi.
La cantina di vinificazione è posizionata a Kakheti e tutte le vinificazioni avvengono in Qvevri, le tipiche anfore georgiane, con fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni, specialmente a grappolo intero, soprattutto nel caso dei vini bianchi, al fine di estrarre sia il lato varietale delle uve, un tannino ben integrato e bassa alcolicità, in un equilibrio tra corretta maturazione del chicco e tecnica di vinificazione. Quasi superfluo dire che tutto il processo di trasformazione avviene senza l’aggiunta di alcun agente esterno, se non una dose minima di solforosa, se necessaria.
Il nome Lagvinari ha un significato speciale, essendo una parola proveniente dalla vecchia lingua georgiana, che significa Qvevri. Oltre al nome dell’azienda, in etichetta, è presente un uccello stilizzato, di cui si trova anche un’installazione tra i mille oggetti presenti all’interno dell’abitazione. Questo è il frutto di un famoso pittore e scultore georgiano che ha voluto omaggiare Eco di tale creazione, al fine di inserirla nella sua etichetta.
La produzione si attesta sulle ventimila bottiglie per anno, di cui per ogni referenza se ne arrivano a produrre circa duemilacinquecento/tremila. A farci compagnia per scoprire le referenze prodotte da Lagvinari anche il gattino Tsiska, che prende il nome da una delle varietà autoctone vinificate da Eco.

Vengono prodotti principalmente monovarietali, ma anche blend di uve differenti, tutte autoctone: oltre a Tsiska, troviamo i bianchi Rkatsiteli, Tsolikouri, Krakhuna, Mtsvane Kakhuri, Khikhvi, Kisi, i blend Goruli Mtsvane e Chinuri, Shavkapito e Tavkveri, Chinuri e Rkatsiteli, Kisi e Khihvi. Passando ai rossi troviamo Otskhanuri Sapere, Aladasturi, Budeshuri, Tavkveri (un vino prodotto con uve allevate da un caro amico, che abitualmente non fa parte della gamma dei vini di Lagvinari, ma si è sperimentato per poterne dimostrare struttura e potenziale), Saperavi.
Tra un piatto e l’altro assaggiamo alcuni dei vini bianchi, cominciando con Khikhvi 2024, le cui uve restano a contatto in anfora per sei mesi. Un vino che regala note di albicocca, arancia candita, miele di acacia, macchia mediterranea, un tocco tostato, di fico secco, per un sorso di beva, ottima sapidità, discreta spalla acida, abbastanza minerale, tannino che si fa sentire, con un grado alcolico di undici e mezzo, come la media dei bianchi prodotti da Eco.
Il secondo vino bianco è il Kisi 2024, anche in questo caso macerato per sei mesi in anfora, il quale presenta tratti simili al primo, anche se regala note più fresche, floreali, di fico bianco, un tocco di tè verde, nocciole tostate per un sorso leggermente meno sapido, dal tannino più integrato, discreta acidità e mineralità e moderata persistenza.
Tra i piatti assaggiati possiamo sottolinearne alcuni di tipici della Georgia, quali “mchadi” (pane di mais), “lobiani” (torta di fagioli), “Pkhali” (verdure tritate con pasta di noci), “chakapuli” (stufato di vitelli con verdure e dragoncello”, formaggi, pollo, maialino arrosto, melanzane fritte e l’immancabile insalata di pomodori e cetrioli.
Oltre al vino la serata è stata accompagnata da alcuni canti georgiani (con qualche dedica anche all’Italia ed alle sue opere), che parlano di pace, amore, amicizia, festa, ma anche di morte e tristezza. Alla voce, accompagnata da qualche strumento a corda, un gruppo di amici di Eco, che fanno parte del coro del teatro dell’Opera di Tbilisi, i quali hanno fondato un piccolo gruppo amatoriale denominato Suliko.
Eco tiene a sottolineare che non ama le degustazioni ufficiali, essendo per lui il vino un elemento conviviale, che permette di rilassarsi e conversare con gli amici, interpretando soggettivamente le emozioni che regala ogni singolo calice.
Passiamo successivamente al Rkatsiteli 2024, il cui nome si riferisce ad una delle sue caratteristiche principali: “rka” che significa raspo, mentre “tsiteli” è il colore rosso. Una varietà perfetta per essere vinificata con il suo raspo, che resta a contatto con le bucce per sei mesi in anfora. Al naso si presenta con note di scorza d’arancia, arancia candita, pesca, mela cotogna, torna il miele, ma anche un sottofondo balsamico e di macchia mediterranea. La beva ormai è una caratteristica fondamentale per questi vini, oltre ad una buona sapidità, tocco minerale, spalla acida, tannino integrato e discreta persistenza.
Per assaggiare i vini rossi ci trasferiamo nella cantina al piano inferiore dell’abitazione di Eco, dove riposano i vini, prima di essere etichettati, manualmente dal produttore, ed essere venduti.
Con le parole “il vino non è una ballerina”, Eco decanta in maniera repentina la prima bottiglie di vino rosso, Aladasruri 2020, dal nome che significa letteralmente “il consenso di Allah”. Un vino che si esprime con delicate note di frutti rossi freschi, ciliegia, melograno, ma anche mirtillo, un tocco ematico, erbaceo e di liquirizia fresca. In bocca entra fresco, con una buona tensione, sapidità, spalla acida, leggero ed integrato tannino e discreta persistenza.
Passiamo a Otskhanuri Sapere 2020, una delle più vecchie e “ultime ad essere addomesticate” varietà della Georgia, che si esprime con sentori “selvaggi”, erbacei, di terra, legna verde, corteccia, ma anche mirtillo e foglia bagnata, per un sorso dal tannino più marcato, buona acidità, tocco minerale e sapido e discreta persistenza.
Andiamo indietro con gli anni con due chicche, di cui la prima è Aladasruri 2012, che regala note delicate, che spaziano dal rabarbaro alla ciliegia, piccoli frutti rossi, ribes, un tocco ematico e di noce moscata, per un sorso che spicca ancora in acidità, beva, bona sapidità, abbastanza minerale, tannino che emerge e discreta persistenza.
Concludiamo con il Saperavi 2011, dopo una quarantina di minuti di decantazione, una delle prime referenze prodotte da Lagvinari, nella sua annata d’esordio in questo mondo. Al naso è decisamente più imponente, con note di frutta matura, confettura di frutti rossi, note cioccolatose e di tabacco per un sorso ancora scalpitante, ricco, pieno, che mantiene le sue note dure, un’ottima persistenza, tannino vivido e decisamente una buona prospettiva di durata per i prossimi venti o più anni.
Una serata che ha sancito un inizio decisamente speciale, dove è sembrato di essere in una grande famiglia che si conosce da sempre, tra ottimo cibo, canti tipici, grandi emozioni e vini che lasciano il segno, come la personalità di Eco.



