Miani Buri, in compagnia di Enzo Pontoni; dopo due anni di tentativi finalmente una chiacchierata con uno dei più riconosciuti vignaioli friulani
16 Dicembre 2022
Dopo quasi due anni di tentativi, finalmente riesco ad organizzare un appuntamento con Enzo Pontoni, titolare dell’azienda Miani, nella periferia del paese di Buttrio. È una mattinata di pioggia e questa per me è una gran fortuna, poichè Enzo non deve scappare a lavorare tra le vigne e mi riesce a dedicare un po’ del suo prezioso tempo.
Una chiacchierata che inizia timida, con il protagonista di questa storia intento a saldare una macchina per raccogliere i tralci di potatura, in un’area dedicata alla costruzione degli attrezzi da lavoro. Molti strumenti utili alle lavorazioni della vigna sono costruiti proprio da Enzo e dal suo team, come per esempio cimatrici, seminatrici, strigliatori.
Il caseggiato in cui ci troviamo è quello che gli ha dato i natali, in una famiglia di vecchio stampo, che da sempre ha svolto mestieri legati all’agricoltura, prima come mezzadri, poi come contadini che avevano alcune vigne in affitto, possedevano alcuni campi oltre che capi di bestiame. Le varietà di uve più coltivate erano il Tocai, Verduzzo e Merlot, sommate a poche altre tipologie. Ad inizio anni ’80, in famiglia si è cominciato a produrre le prime bottiglie, un migliaio per anno, destinate alla vendita e al consumo nella frasca, tenuta aperta fino al 1987. Enzo ha da sempre aiutato la famiglia nelle attività di campagna, nel tempo libero che gli lasciava il suo lavoro principale di operaio in una vicina fabbrica. Ufficialmente nel 1985, poco prima della perdita di papà Nello, la decisione di lasciare il lavoro e dedicarsi alla viticoltura, sia per la passione che nutriva per il settore, sia per il pensiero che non avrebbe fatto ulteriori passi di carriera come operaio, passando la vita chiuso dentro ad una fabbrica. “Sebbene avessi un buono stipendio non avevo una bella prospettiva ed ero già al culmine come operaio”.
Nelle fasi iniziali i terreni in affitto erano di un solo ettaro e novemila duecento metri nei dintorni di Buttrio, ma il desiderio era quello di avere dei terreni di proprietà, nei quali poter investire tempo ed energie per renderli sempre migliori. Oggi gli ettari di Miani sono venti, con solo poco meno di un ettaro è in affitto, chi quali si addizionano ad altri, circa, quindici ettari a seminativo, prati e bosco. Gli ettari vitati si dividono in dodici a Buttrio e tra le sue colline, cinque nei dintorni dell’Abbazia di Rosazzo e tre nella collina di Gramogliano. Tutte e tre le zone sono accomunate dallo stesso substrato: la ponca; materia a cui Enzo si è affezionato fin da bambino, quando giocava con questa marna molto dura e al contempo molto friabile.
Viene applicata un’agricoltura BIO, con certificazione da qualche anno, lavorando con rame e zolfo “meno che si può; proviamo tutte le novità e i prodotti che possono diminuire entrambi gli elementi e favorire la pianta”. Si è favorevoli alla meccanizzazione, ma molte operazioni vengono effettuate a mano, per essere presenti e vivere la vigna, capendo ciò di cui necessita. In queste zone non ci sono molte malattie, ma è necessario presidiare il mal dell’esca e l’oidio, per il quale non si vuole abusare di zolfo. Negli anni si è provata anche l’applicazione di alcune tecniche biodinamiche, non ritenute utili per la tipologia di terreno in cui risiedono le vigne Miani. La ponca necessita ogni anno di essere integrata con sostanza organica, che viene cosparsa fresca e addizionata alla paglia, così da rilasciare le giuste dosi di azoto e portare in un maggiore equilibrio il terreno. Avendo bisogno di un’attività microbiotica intensa e di sostanze azotate, oltre al letame organico, si adotta un sovescio a base di leguminosi.
In cantina si vinifica per vigneto, le fermentazioni sono spontanee, ad eccezione del Sauvignon, vino in cui si vuole impedire la fermentazione malolattica. Non si utilizza la solforosa prima della fermentazione, per non mascherare l’espressione di un vitigno. Per quanto riguarda i vini bianchi, le uve non restano mai a contatto tra loro e si lavorano intere, la fermentazione inizia in acciaio e termina in barrique, con conseguente affinamento; mentre per i rossi è la varietà a decretare se il processo si conclude in acciaio o direttamente in legno. Le chiarifiche in entrambi i casi avvengono in acciaio, senza l’utilizzo di coadiuvanti o bentonite.
La produzione di bottiglie è di circa ventimila per anno, con la filosofia di ottenere vini fini ed eleganti, ma concentrati allo stesso tempo e con personalità. “È un esercizio difficile!”.
Come anticipato le vinificazioni sono legate al singolo vigneto e solitamente non si creano blend, motivo per il quale Enzo quasi fatica ad elencare tutte le tipologie di vino che produce, che si possono identificare in: tre/quattro Sauvignon, tre/quattro Friulani, tre/quattro Chardonnay, tre Merlot, tre Refoschi, due uvaggi in bianco e due in rosso, una Malvasia, una Ribolla Gialla. Ovviamente il tutto dipende dalle annate e dalla qualità delle uve che la natura offre.
Dopo un’introduzione sulla sua realtà, Miani, che prende il nome dal cognome dalla mamma, essendo la protagonista principale dell’azienda in una famiglia di femmine, la mia curiosità si spinge a chiedere un giro alla scoperta delle aree principali dell’azienda. Vicino all’area dei lavori più ingegneristici c’è una sala dedicata alla pressatura, con ben tre presse, unico processo che permette di estrarre gli aromi delle uve e in cui si investe molto tempo, subito dopo la vendemmia. Ogni giorno di media si fanno due o tre pressate che possono durare dalle due alle nove ore ciascuna.
Scendendo una scala tra le due aree appena citate si entra nella cantina sotterranea, dove a farla da padrone sono le barrique, di tre brand principali, anche se negli anni sono stati sperimentati numerosi di questi contenitori vinari, utilizzati per più passaggi possibili, sia per un discorso etico di abbattimento degli alberi, sia per un fattore economico, anche se però Enzo è un grande amante del legno nuovo. Le prime barrique usate sono state acquistate nel 1983, non per una questione di moda, ma per aver appurato come “potevano aprire il vino” e dare ottimi risultati. Non ci sono delle regole fisse per gli affinamenti, ma si cerca di fare un mix tra legno più nuovo e legno usato, in un processo definito “vuoto-riempio”, ovvero svuotando i contenitori prima della vendemmia dell’anno successivo, nel caso dei bianchi, per poi riempirli con quello nuovo (non ancora fermentato del tutto). Per quanto riguarda i vini rossi si aspetta, di media, un anno in più. I tonneau presenti sono dedicati ad un Sauvignon e all’unica etichetta di Malvasia, poiché le barrique sono troppo “invadenti”.
Avvicinandoci alle battute finali Enzo mi confessa che gli unici segreti per migliorare sempre di più la qualità del vino sono legate al lavoro in vigna. “La campagna è l’unica leva che mi ha permesso di fare i cambiamenti in cantina”.
Il suo lavoro è strettamente legato ad una passione per la viticoltura, un divertimento fatto di sacrificio ma anche di costante ricerca, che è diventato il suo modo di esprimersi. “Potrei fare più vino o consulenze in aziende terze, ma non mi interessa”. “Mi ci vorrebbero dieci vite per imparare da quello che ho, senza mai incrementare la produzione e i vigneti. Questo mestiere è un grande giardino di crescita personale e culturale e voglio mantenere una linearità di stile!”.
Ringraziando Enzo Pontoni per avermi aperto la sua azienda, Miani, per lui maglietta numero 210!


