Due chiacchiere con Milo Manara, uno dei più grandi fumettisti italiani e grande appassionato di vino
Non servono introduzioni per presentare Milo Manara, uno dei più grandi fumettisti contemporanei italiani e di tutto il mondo, con il quale c’è stata l’occasione di organizzare una chiacchierata a tema vino.
La fortuna di Milo è stata quella di abitare sempre in zone vocate alla produzione di vino, grazie o a causa del lavoro dei genitori, impiegati statali, che venivano periodicamente trasferiti, senza mai aver avuto la possibilità di lavorare nello stesso comune.
Pur nascendo in Trentino Alto Adige, uno dei primi paesi in cui si trasferì la famiglia fu Bardolino, dove si produce l’omonimo vino con diverse tecniche di vinificazione, per poi passare alcuni anni a Negrar, terra dell’Amarone, oltre che del Recioto e del Valpolicella.
Il vino è un tema ricorrente nella vita di Milo Manara e il suo ricordo parte dall’infanzia, quando la vendemmia era un vero e proprio rituale: durante questa stagione scendevano dalle colline bellissime e robuste ragazze, chiamate “portarine”, le quali erano addette a raccogliere i grappoli maturi che venivano posizionate nelle cassette, portate poi con i carri di legno in cantina sociale. Un lavoro che durava alcune settimane, nelle quali tutti i contadini, fino a notte fonda, stavano in coda per conferire una gran parte della propria produzione. I paesi si riempivano di profumi di uva e di mosto, con i bambini che correvano dietro ai carri per cogliere qualche acino già trasformato in succo, schivando le corna e le catene dei buoi.
Un ricordo indelebile, anche quello delle “portarine” che dormivano nei fienili delle fattorie e di notte risuonava qualche risatina o schiamazzo che rompeva il silenzio e la quiete del paese.
Un vero e proprio rito, ricco di canti, magia, convivialità, per un prodotto che non era sinonimo di business, ma un elemento della quotidianità, di autosostentamento, proprio come i seminativi o il bestiame.
Non c’è stata una scintilla che ha fatto innamorare Milo di questo settore, ma la passione per il vino ha sempre fatto parte della sua vita, confessando anche un’ubriacatura in età adolescenziale con un Aleatico dell’Isola d’Elba, assieme ad alcuni amici.
Abitando da più di qualche anno nella parte più classica della Valpolicella, a Sant’Ambrogio, c’è stata anche un’esperienza come produttore per alcuni anni, ovviamente di Valpolicella, Amarone e Recioto. In una zona isolata, dove i vigneti non mancano si è attrezzato di tutto il necessario, dalla pigiadiraspatrice al torchio, pompe, vasche, adibendo il garage a sala di appassimento.
Nei mesi di riposo delle uve la casa si riempiva di moscerini e di altri insetti e, non volendo utilizzare prodotti chimici per debellarli, sommata alla difficoltà di conciliare questo con il suo mestiere principale, dopo qualche vendemmia, il lavoro di vignaiolo è stato messo in stand by.
“Non sono un’amante della birra, alla pizza abbino il vino”.
Il vino è sempre stato un buon compagno di strada anche nei viaggi di Milo Manara, sempre facendo attenzione a cosa c’era nel piatto, per trovare il giusto equilibrio nell’abbinamento.
Dalla Francia, con i Bordeaux, Sauternes, Borgogna e Champagne, passando per la zona della Rioja in Spagna andando oltre oceano in Argentina e California, rispettivamente nelle zone del Paso Roble e della Napa Vally.
Sicuramente la tendenza è sempre stata quella di bere vini locali, per scoprirne le caratteristiche e lo sposalizio con la cucina del posto, non facendo distinzione tra bianco rosso e bollicina, ma tutto dipendentemente dalla situazione.
Non c’è un vino prediletto, ma ogni contesto vuole il suo bicchiere. Il vino quotidiano è sicuramente il Valpolicella Classico, tra i dodici e i dodici gradi e mezzo, con un bicchiere a pasto.
Lo spumante per eccellenza per lui è lo Champagne, ma il nostro Prosecco è assolutamente un patrimonio da valorizzare, soprattutto quello “colfondo”, più “ruspante e genuino”.
Due ricordi, tra i tanti viaggi, tornano alla mente di Milo Manara, con un primo episodio in Portogallo, dove si trovava per ritirare un premio, in cui una sera di molti anni fa, gli è stato offerto un Vigno Verde dell’Algarve in abbinamento a del cibo locale e, in quell’occasione, è stata provata una sensazione sublime, incancellabile dalla mente, con un ricordo ancora vivido delle sensazioni olfattive e gustative.
La stessa emozione provata in Liguria, facendo colazione in un panificio locale, nel quale il panettiere ha “estratto” da sotto il banco una bottiglia di vino bianco senza etichetta, probabilmente un uvaggio delle Cinque Terre, che, abbinato alla tipica focaccia salata, ha sortito una grande emozione, tanto era buono lo sconosciuto vino.
Un vino mai più ritrovato che resterà un mistero irrisolto, non chiedendo in quel momento al fornaio di che bottiglia si trattasse.
Restando in Italia emerge la grande passione per i rossi del Piemonte, oltre a quelli del veronese, ma anche per la Toscana e i derivati del Sangiovese, senza però denigrare i bianchi.
Negli anni è stato inserito come membro di vari consorzi ed organizzazioni, da quella del Rosso Conero, al Verdicchio ed ovviamente di Recioto ed Amarone.
Un aneddoto gli torna alla mente; quando Federico Fellini gli chiese una bottiglia di Venegazzù, ritenuto dal regista il vino migliore che aveva bevuto in gioventù, procurandogliela con molta fatica e quasi per sbaglio.
Negli ultimi anni il figlio Mario, già importatore di Champagne, ha creato assieme ad alcuni collaboratori il progetto “Milo Wines”, nel quale sono state vestite le bottiglie di un’azienda veronese che li ha supportati, delle etichette disegnate da Milo.
Valpolicella Classico, Valpolicella Superiore, Valpolicella Ripasso, Amarone e Recioto, ognuna con un disegno che è partito da un concetto ben preciso. L’idea di uscire dall’etichetta classica, per creare una sorta di copertina di un libro, o locandina di un film, che anticipasse il contenuto di ciò che il cliente va a bere. Disegni che danno l’idea di cosa c’è all’interno della bottiglia, l’Amarone un po’ più dark e audace, il Recioto più dolce, utilizzando sempre l’emblematica figura femminile, richiamando il lavoro che ha fatto da una vita con la figura più rappresentativa di ogni stato d’animo.
Ora il progetto è in stand-by, poiché, pur con prezzi bassi, i clienti compravano il vino, ma non aprivano le bottiglie per conservarle intatte a causa o grazie alla bellezza dell’etichetta, stagnando, per ora, la produzione.
Una curiosità è che uno dei cofanetti che contengono tutte e cinque le bottiglie è stato regalato a Brigitte Bardot durante l’inaugurazione del monumento che le è stato dedicato a Saint Tropez, facendo molto contenta l’attrice.
Questa non è stata l’unica esperienza nel vestire bottiglie di vino poiché negli anni sono state diverse le etichette disegnate per le aziende vitivinicole, ma la più bizzara è sicuramente quella che ogni anno viene disegnata per il vino da messa del prete di Negrar.
Un’impresa sempre molto ardua per Milo Manara, il cui stile si discosta abbastanza dalle effigi cristiane!
Il vino è stato anche un elemento enfatizzato in diversi fumetti, ma alla mia domanda se ci sarà un fumetto a lui dedicato, Milo ha risposto che è un elemento che si può decantare quanto si vuole ma non avendo a disposizione la parte tattile è difficile poterlo valorizzare semplicemente con dei disegni e scritte.
Entrando, invece, nel tema vino e psicologia riflettiamo sul potere di questa bevanda che toglie i freni inibitori, ma nella giusta quantità. Nell’etichetta del vino della Cantina Sociale di Negrar è stato raffigurato un angelo e un diavolo, proprio a significare che bevi la giusta quantità sei in paradiso, mentre se bevi molto sei all’inferno (soprattutto il giorno seguente).
Un moderato quantitativo di vino può essere fonte di gioia e rilassamento, potendo giovare, talvolta anche di un rapporto sociale più goliardico, ma se si beve troppo si può incorrere in sentimenti negativi che magari appartengono all’io più profondo come tristezza, rabbia, dolore.
Tra molti artisti il nettare di Dioniso è stato un compagno di avventure, in maniera positiva o negativa, sicuramente è un campo dove gli astemi sono rari.
Un esempio, che magari ai giorni nostri può far sorridere, è quello del pittore Luca Signorelli, il quale per affrescare il luogo di Orvieto, oltre al salario concordato ha inserito nel contratto anche una fornitura annuale di circa mille litri di vino (dodici somme), contratto che viene ancora conservato dai frati locali.
In altro settore troviamo Ernest Hemingway che, pur essendo salutista e scrivendo in piedi per tenere una corretta postura, apprezzava un buon calice. In “Di la del fiume tra gli alberi” c’è un elogio al Valpolicella, che appare quattordici volte nel libro ed in un passaggio viene descritto come “secco, rosso e cordiale come la casa di un fratello con cui si va d’accordo“.
I ricordi di Milo Manara dei calici bevuti con Hugo Pratt tra Caffè Florian e Harry’s Bar ci portando alle battute finali della nostra chiacchierata.
Accenniamo al futuro del mondo del vino e Milo Manara afferma che spera di non vedere più trattoristi che fanno i trattamenti tra i vigneti, “vestiti da post disastro di Fukushima”.
Sicuramente la tendenza è e sarà quella di fare vini meno corposi e più abbinabili, ma la strada non è di certo quella di annacquare il vino.
“E’ più probabile che venga avvinata l’acqua perché da sola fa schifo!”
Un percorso nella storia di Milo Manara vista attraverso gli occhi del mondo del vino e di alcune delle esperienze che lo hanno accompagnato nella sua vita che si conclude con un suo:
“Buona Fortuna”.


