Un aperitivo nelle Vigne del Pigozzo in compagnia di Giorgio Salvan, con vista Castello del Catajo
27 Giugno 2020
Finita la lezione del master che stavo svolgendo a Montegrotto Terme decido di andare a trovare il mitico Giorgio Salvan, dell’azienda Vigne del Pigozzo, con cui ormai da due anni organizziamo Calici di Stelle a Martellago.
Siamo esattamente di fronte al Castello del Catajo, una delle più importanti dimore storiche dei Colli Euganei e di tutta Italia, risalente al XVI secolo.
Sono accolto da Giorgio che mi fa accomodare nella fresca cantina e versa un calice del suo Friularo Spumantizzato, per combattere i 33 gradi esterni.
Vigne del Pigozzo è una realtà che vede le sue origini nel 1913, anno in cui il nonno originario di Villa Estense compra la proprietà agricola e le costruzioni risalenti al ‘700 e comincia l’attività principalmente focalizzata sulla mezzadria oltre alla coltivazione di piante di mais, frumento, zucche, fagioli, canapa.
Un vero e proprio ciclo integrale in cui vivevano e si mantenevano diverse famiglie.
Dopo la seconda guerra mondiale e con l’arrivo dell’industrializzazione queste migrarono tra Milano, Torino o per dare vita al business termale nei paesi adiacenti.
Negli anni ’60 il padre cominciò la produzione e la vendita di vino, solamente sfuso. In quegli anni il consumo medio pro capite era di 130 chili annui, contro i 34 chili dei nostri anni.
Superati i tre anni di grandine degli anni ’70 e la forte gelata del 1985 e grazie agli sforzi ed investimenti di Giorgio l’azienda si è sempre più strutturata e conta ad oggi 32 ettari ed una produzione di bottiglie limitata a trentamila.
Il terreno è un terreno pesante, principalmente composto di “argilla”. In vigna non vengono fatti diserbi, niente concime e trattamenti ai minimi. Alla parola “biologico” Giorgio controbatte affermando che l’idea è buona, ma viene spesso usata questa certificazione per un tema legato al business a discapito della filosofia. Più vicino agli ideali biodinamici e al capire di cos’ha bisogno o non ha bisogno la vigna per poter produrre al meglio i suoi frutti.
Nel successivo giro tra i filari ho avuto l’onore di conoscere una vigna, la quale mi ha detto che quest’anno farà un vino buono e potrò tornare un cantina ad assaggiarlo!!!
Parallelamente al racconto continua la degustazione…L’inizio con il “Summertime” un Friularo estivo vinificato con metodo charmat lungo.
Un salto nel Carromatto, un Merlot che fa una “macerazione QB” (Quanto Basta) per poi affinare in vasche di cemento.
Il Merlot Riserva, fratello maggiore del precedente, che però affina in legno di rovere per dodici mesi ed una parte in barriques.
Uno spettacolare Cabernet 2011 (100% Cabernet Franc), non troppo estivo, ma immaginato con una polenta e spezzatino sarebbe stato perfetto; affinamento di trentasei mesi in botte grande.
Nota storica: il Cabernet Franc è la prima varietà d’uva arrivata sui Colli Euganei nel 1870.
Il Bagnoli Friularo, rappresentativo della DOCG, frutto della vendemmia tardiva a fine novembre dell’autoctona uva padovana, biotipo del Raboso Piave e di un affinamento di trentasei mesi in botti grandi.
Una conclusione con “Oltre il Limite…e Altro” taglio bordolese composto da un 75% di Merlot che affina dodici mesi in botti grandi di rovere e un 25% di Cabernet Franc che affina sempre dodici mesi in barriques.
Oltre alla linea principale a cui vanno aggiunti un Friularo Sur lie e due vini “da tutti i giorni”, come li definisce Giorgio, rispettivamente Cabernet e Merlot, troviamo delle micro-vinificazioni delle storiche uve autoctnone (che spero di assaggiare bel presto): Turchetta, Corbina, Corbinone, Corbinella, Garbina, Pataresca, Pignola, Gatta.
Finiti gli assaggi è d’obbligo un giro nella cantina, con la barricaia e un’immersione tra le vigne. Tra queste si scorgono anche 150 varietà di viti georgiane a bacca rossa con cui viene prodotto un unico uvaggio in bassissima quantità.
L’azienda “Salvan, Vigne del Pigozzo” prende il nome oltre che dal cognome della famiglia, dall’antica chiesetta del Pigozzo. Pigozzo significa picchio, ma Giorgio ironizza dicendo che l’artista che ha rappresentato il picchio come logo aziendale l’ha confuso con un colibrì.
Grazie Giorgio, ci vediamo a Calici di Stelle 2021 o forse prima!







