In compagnia di Beniamino Zidarich nella sua azienda di Prepotto, il paese della Vitovska, nel Carso triestino
12 Giugno 2021
Una mattinata che si apre con la degustazione dei vini dell’azienda Zidarich
Ci accomodiamo nella terrazza esterna con la meravigliosa vista sul Golfo di Trieste e si comincia con uno dei vini simbolo del territorio la Vitovska 2018. Un vino le cui uve macerano per quindici giorni sulle bucce in tini aperti di legno e affinano due anni in botti grandi di rovere.

Al naso esprime sentori di frutta gialla, fiori, salvia e piante aromatiche, con una piacevole balsamicità. Ingresso in bocca fresco e deciso, con una ricca mineralità e sapidità.
Subito dopo l’assaggio della Vitovska “Kamen” che macera per un mese in un contenitore di pietra aperto, per poi affinare un anno in un vaso vinario sempre di pietra ed un altro anno in legno. Un po’ più magra e delicata della precedente, viene meno la balsamicità e si alza di 0,5 il grado alcolico. Al palato è più verticale ed emerge ancor di più la sua parte sapida.
La guida della degustazione, Marisa, collaboratrice dell’aziende, ci spiega il logo in etichetta che vuole rappresentare la lettera “Z” al contrario, con delle linee che ricordano i filari dei vigneti oltre ai muretti a secco tipici della zona carsica, con al centro un ferro di cavallo, porta fortuna.

Dopo la Vitovska è il turno della Malvasia 2017, che segue lo stesso processo di vinificazione del primo vino assaggiato. I sentori sono fruttati e si spostano più nella parte aromatica ed erbacea, con note speziate e di miele. La freschezza, mineralità e sapidità sono una costante!
Assaggiati i monovitigni passiamo all’uvaggio in bianco “Prulke” 2017, che prende il nome dal toponimo della vigna dove è situato il Sauvignon. A farla da padrona è proprio quest’uva, accompagnata dal 20% di Vitovska e 20% di Malvasia. Le uve vengono vinificate tutte separate con macerazione sulle bucce per quindici giorni e affinamento di due anni in botti grandi.
Al naso oltre alla frutta e i fiori gialli emergono note di lavanda, una leggera scorza d’agrume e un sottofondo di pepe bianco; mentre al palato è verticale, teso, con una buona freschezza e mineralità.

Dopo i bianchi di Zidarich assaggiamo i due rossi di casa: Teran 2018 e la riserva “Ruje” 2015. Il primo è un Terrano in purezza che segue il processo di vinificazione di Vitovska e Malvasia e si presenta al naso con profumi freschi, di ciliegia e frutti di bosco, spezie, cacao e note vegetali. In bocca spicca la sua nota ribelle e acida, con un’ottima mineralità anche in questo caso e un tannino che chiude il sorso.

Il “Ruje” è un uvaggio di Merlot per l’85% e 15% di Terrano che, dopo una macerazione leggermente più lunga degli altri vini, riposano separatamente in botti piccole, medie e grandi almeno per tre anni.
Al naso è ricco di sentori, dai frutti di bosco, alla frutta sotto spirito, note balsamiche, cacao, spezie, caffè principalmente. Al palato è deciso, caldo, intenso con una buona mineralità e persistenza; emerge inoltre l’acidità del Terrano, chiudendo con un tannino abbastanza morbido.
All’ultimo calice ci raggiunge Beniamino Zidarich che ci racconta in pillole la storia della sua realtà, partendo dalla filosofia che contraddistingue l’azienda, ossia il voler proporre nel mercato vini non giovani, infatti tutti escono almeno tre anni dopo la vendemmia. Vini non giovani che vogliono essere già buoni quando vengono venduti, ma possono durare e migliorare nel tempo.
“Se fossi vino non vorrei uscire dopo tre mesi” afferma.
Beniamino Zidarich ci racconta che i suoi vini sono fatti con passione, serietà e, cosa non scontata, con l’uva, fin dal 1800, anni in cui trae origine la sua famiglia. Il suo ingresso in azienda è stato negli anni ’80 e nel 1988 iniziò ad imbottigliare i primi vini, che prima venivano commercializzati sfusi nei dintorni e nell’Osmiza. Durante gli anni ha coltivato la passione per questo settore portando avanti la filosofia di produrre vini di alta qualità bevibili dopo qualche anno e apprezzati anche nei tempi a venire. Proprio per conservare alcune partite di vino di ogni annata l’azienda sta facendo costruire un magazzino, collegato all’attuale cantina, che fungerà da stoccaggio e luogo di riposo per far evolvere le bottiglie.

Lasciamo momentaneamente Beniamino per andare con Marisa a fare un giro tra le vigne adiacenti alla cantina, dove si può vedere la tipica terra rossa, che dopo trenta, quaranta centimetri nasconde una dura roccia. La difficoltà in questa zona è principalmente quella di creare nuovi impianti vitati, poiché è necessario scavare e rompere un primo strato di roccia per permettere alle barbatelle di trovare alloggio. I più fortunati sono coloro che scavando riescono a trovare una “vena di terra” così da recuperarla e trasportarla nella parte superiore del vigneto. Il lavoro è condotto in maniera biologica, anche se Beniamino in primis non vuole farne un vanto da scrivere in etichetta, per evitare di confondersi con chi utilizza questo simbolo per solo per vendere di più e ad un prezzo più elevato.
I trattamenti sono principalmente effettuati con zolfo, poltiglia bordolese, estratti di propoli e alcune concimazioni a base di stallatico se e quando serve. Non è mai stato utilizzato alcun diserbante e mai ci sarà l’intenzione di utilizzarlo.
Un’alleata fondamentale del territorio è sicuramente la bora, che mantiene ventilati i vigneti e riduce il numero di trattamenti; considerando che a metà giugno ne sono stati effettuati soltanto due.
Gli ettari vitati in totale sono una decina, tutti di proprietà e tutti sul Carso (che conta un totale di trecentocinquanta ettari vitati contro i duemila di un tempo). L’esposizione è rivolta verso il mare, a sud, “a favor di bora”.
Zidarich produce circa trentamila bottiglie per anno, nelle annate favorevoli; nel 2014 per esempio ne sono state prodotte solo diciottomila.

Lasciate le vigne andiamo ad esplorare la cantina che conta cinque pianti, di cui quattro sono incavati nella pietra e si estendono sotto la sala degustazioni dove precedentemente avevamo assaggiato i vini.

Il primo ambiente è quello dedicato alle lavorazioni, dalle operazioni di vendemmia alla diraspatura, oltre a contenere parte delle bottiglie. Scendendo si trovano le vasche per le macerazioni, con i tini aperti in legno, il vaso di pietra di Aurisina e alcune botti grandi. Le uve scendono tutte per caduta da un piano all’altro.
Una scala ci porta ancora più giù e la temperatura, già bassa, si abbassa ulteriormente, e si arriva al magico ambiente dell’affinamento, dove troviamo botti grandi, barrique dedicate ai vini rossi e il vaso vinario in pietra “Kamen” per affinare l’omonima Vitovska.
Il piano più inferiore è ancora in fase di completamento e tra qualche tempo sorgerà una sala degustazioni sotterranea, attorniata da una riserva di vecchie annate. Dovrò sicuramente tornarci per scoprirla, se Beniamino è d’accordo!

Un ambiente affascinante, bucolico, con un tunnel artificiale che condurrà al magazzino sopra citato e un tunnel naturale, formatosi dall’estrazione di una vena di terra nella pietra. Da un lato la mano umana e dall’altro la natura, in un unico ambiente di qualche centinaio di metri quadri.
Tornando in superficie ci si pente di essersi lamentati per il troppo freddo, vista la temperatura elevata all’esterno.

Recuperato Beniamino ci dirigiamo al Ristorante da Valeria per un pranzo a base di solo Terrano, con un altro produttore Damjan Milic. Ne palerò nell’articolo legato a questo bel weekend carsico!
Prima di lasciare la cantina maglietta numero 52 a Beniamino Zidarich.


