Natalina Grandi, in compagnia di Luca, quinta generazione dell’azienda
03 Aprile 2021
Dopo aver assaggiato i vini Natalina Grandi ad una delle “Sbicerae coi fioi”, un aperitivo con alcuni amici, contatto Luca, quinta generazione dell’azienda, per andare a scoprirla più da vicino.
Luca conduce assieme al padre e alle sorelle questa realtà, pur provenendo da tutt’altro ambito di studi; diplomato come perito meccanico, mi svela che si è appassionato prima dai motorini, per poi passare ai trattori e all’utilizzo di questi per la coltivazione di campi e vigna.
Natalina Grandi è un’azienda che ha da sempre prodotto vino, ma solo dal 1991 ha iniziato ad imbottigliarlo e nel tempo, passo dopo passo, ha creato la sua autonomia in tutte le fasi, dalla pianta alla tappatura del prodotto finale da immettere nel mercato.
Uno sguardo alla campagna, che negli anni Luca mi spiega essere stata diversificata, soprattutto grazie al padre amante della sperimentazione, il quale ha piantato diverse varietà. Ad oggi, Natalina Grandi conta quattro ettari sui Colli Berici, ultimi appezzamenti acquistati nel 2015, piantati con Shiraz, Tocai Rosso, Carmenere, Cabernet Sauvignon e Sauvignon Blanc. Altri quattro ettari e mezzo sono invece situati in pianura, nel corpo dell’azienda, dove troviamo principalmente Glera, Garganega e Merlot ed, infine, altri due in collina, dove sono piantate Garganega e Durella.

L’origine di questi terreni è prettamente vulcanica, con una similitudine tra collina e pianura, anche se in quest’ultima sono presenti più elementi alluvionali e sedimenti, come ghiaia e pietre bianche, la zona in cui ci troviamo infatti è chiamata “Giaroni” (dalla presenza di ghiaia).
Dal 2012 l’azienda ha iniziato a lavorare in biologico, ottenendo la certificazione nel 2020, continuando a sperimentare nuove pratiche come l’utilizzo di oli essenziali, resine ed estratti, pratica del sovescio, pur non avvicinandosi ancora a conduzioni biodinamiche più spinte.
Non manca di certo anche la fauna, con alcune caprette, galline, conigli e un maestoso pavone, tutti che gironzolano liberi per la proprietà.

Spostandoci in cantina, andiamo a scoprire i principali strumenti di vinificazione per produrre le circa trentacinquemila bottiglie annue. Come anticipato, tutti i processi vengono gestiti in autonomia, anche le spumantizzazioni per la produzione di spumanti charmat “lunghi”, lasciati in autoclave dai tre ai sei mesi.
Un utilizzo limitato di solforosa grazie anche ad un prezioso alleato che è l’azoto, il quale favorisce una riduzione dei vini a discapito dell’ossidazione, senza impattare sulla qualità del prodotto finale.
Oltre alle vasche in acciaio ed autoclavi, sono presenti tonneau per l’affinamento del merlot, una botte da quindici ettolitri per il Gambellara Classico “Col di Mezzo” ed alcuni caratelli per il Vin Santo.
Anche il nome dell’azienda è mutato negli anni, prima infatti prendeva il nome dal nonno di Luca, Olivo Framarin, diventato Azienda Agricola Grandi Natalina nel ’91, dal nome della mamma e in Tenuta Natalina Grandi nel 2016.

Dopo un po’ di storia e la scoperta della cantina che è stata costruita negli anni, ci dedichiamo agli assaggi, partendo dal “Norge”. Un vino che prende il nome dal soprannome del nonno e vuole essere dedicato proprio alle tecniche di vinificazione di un tempo. Una Garganega rifermentata in bottiglia grazie all’aggiunta del mosto di Recioto passito, per un vino dai sentori agrumati e principalmente di mela golden, oltre ad un sottofondo erbaceo e di lievito non invadente. In bocca un buon equilibrio e, pur bevuto mescolato con i lieviti, presenta una buona beva e quella che è la caratteristica di tutti i vini di questo territorio: l’elevata mineralità!

Dopo il rifermentato, passiamo agli spumanti con “Ricordo”, dedicato alla mamma, e il Durello, entrambi charmat lunghi. Il primo a base di Garganega, presenta sentori di frutta matura, a polpa gialla, fiori bianchi e una frutta secca in chiusura; Luca mi svela che il residuo zuccherino è un po’ più elevato degli anni scorsi, ma si equilibra con la mineralità e buona acidità. Il secondo esprime al naso note più fresche ed agrumate, con una mela verde, fino ad arrivare ad una speziatura in sottofondo, una bolla più fine e una buona acidità a supporto.
Dopo le bollicine i bianchi, con “Solo Lei” 2019 Garganega “entry level” di pianura, dai sentori aromatici, profumi tropicali, di frutta gialla e fiori freschi, a sfatare il falso mito della poca complessità dei vini prodotti in pianura. “Col di Mezzo” 2019, il fratello maggiore del precedente: una Garganega che affina in botte da quindici ettolitri per il 70% ed il restante 30% in acciaio. I sentori di frutta sono sempre presenti ma vengono accompagnati anche da note erbacee, di erba aromatica, quasi mentolato e un sottofondo balsamico.
Buon equilibrio e vino più tondo, con un legno ben dosato ad innalzare le caratteristiche del vitigno, con una piacevolezza ed eleganza di beva, dettata anche dalla mineralità. Finiamo con lo stesso vino, annata 2015, giusto per sfatare anche un altro falso mito dei vini bianchi d’annata! L’evoluzione si sente e si ritorna su una frutta matura, vino morbido, anche grazie all’annata favorevole. Negli anni non ha perso acidità e mineralità e queste peculiarità lo hanno portato ad una buona maturazione e complessità, con una piacevolezza di beva che lo fa sembrare un vino più giovane.
Le etichette dell’azienda Natalina Grandi sono state riviste da Luca nel 2017 e presentano una forma esagonale, a richiamare il basalto tipico della zona di Gambellara, al fine di evidenziare lo stretto legame con il territorio.
Un finale a sorpresa organizzato da Luca: l’incontro con il pasticcere e panettiere Federico Rossi, titolare dell’omonima pasticceria, panificio in centro Paese. Un completamento alla visita per scoprire come l’uva sia un alleato per la creazione del lievito madre. Il motore che dà vita al lievito naturale usato da Federico viene creato proprio partendo dall’uva, portatagli a settembre da un’azienda BIO del territorio; questa viene lasciata con zucchero, miele ed acqua calda vicino al forno per ventiquattro ore circa, al fine di fermentare con i propri lieviti indigeni. L’ acqua fermentata, grazie a questo antico processo, alimenta il lievito naturale utilizzato per le lavorazioni di pasticceria e panetteria.

Non poteva che finire con un recioto spumantizzato e colomba pasquale!
Grazie molte a Luca per la visita e per il finale del tutto inaspettato, maglietta numero 26!


