Un incontro con Lino Maga, il re del Barbacarlo, nella sua azienda di Broni (Pavia)

Un incontro speciale con Lino Maga, il re del Barbacarlo, ottenuto dall’omonima vigna Barbacarlo, nell’azienda che porta il nome di Barbacarlo

27 Ottobre 2021

Lino MagaDopo diversi tentativi, grazie all’amico scrittore Valerio Bergamini, finalmente si concretizza il desiderio di incontrare Lino Maga nella sua cantina all’interno del centro di Broni, paese di circa diecimila anime in provincia di Pavia.

Già vedendo il cartello fuori dalla casa di Lino Maga si intuisce che si sta per entrare in un’altra epoca e, varcata la soglia dell’arco che custodisce l’abitazione, le attese sono tutte confermate.

L’esterno porta subito la mente ad un casolare di campagna, con alcuni degli strumenti di lavoro che si sono trasformati in oggetti ornamentali da museo. Lino ci accoglie timidamente all’interno del suo ufficio, che conduce alla sala degustazioni, dove veleggia una densa coltre di fumo di sigaretta.
Il signor Maga Lino, come ama essere chiamato, è un accanito fumatore e, solo nel tempo di circa un’ora e mezza di chiacchierata, ha fumato sei sigarette, MS gialle pacchetto morbido, praticamente una dopo l’altra.
Lino MagaPer chi lo invita a smettere di fumare c’è la risposta pronta: “a novant’anni molti dei miei coetanei sono passati dall’altra parte e quelli rimasti hanno quasi tutti l’alzheimer, che si cura con la nicotina. Io le iniezioni di nicotina me le faccio da solo”.

Anche l’interno sembra un museo e il ricordo mi porta alle vecchie cantine dove mia nonna era solita trovarsi in compagnia per “giocare le carte”, ma sicuramente in questo caso sono presenti più bottiglie, principalmente del famoso Barbacarlo, con alcune che arrivano anche agli anni ’60.

Seduti al tavolo principale, dove invece non mancano le bottiglie già aperte, Lino Maga con voce tenue comincia il racconto della sua storia, partendo dal territorio dove ci troviamo.

Lino MagaBroni è una città in cui nei secoli precedenti si produceva una cospicua quantità di vino, soprattutto sulle sue colline, nelle quali, tra gli altri reperti, è stato ritrovato anche un Dolium romano, vaso di terracotta atto a contenere e conservare il vino. Si narra che fu portata la prima vite a Broni da Cornelio Macus, nel 150 a.C. e che il paese, fino alla fine del periodo medioevale si chiamasse Cameliomagus (blend di Camulos e Magus, rispettivamente una divinità celtica assimilata a Marte e Magus a significare campo di Marte). Dalla parte finale dell’antico nome di Broni, Magus, potrebbe discendere anche il nome della famiglia Maga.

Giunto all’ottantaquattresima vendemmia, si può intuire facilmente che la storia del Lino Maga vignaiolo è cominciata fin da bambino, in un contesto famigliare dove sia il nonno sia il padre producevano e vendevano l’uva, vinificando una piccola quantità per autoconsumo e per qualche amico. La famiglia Maga era proprietaria di diversi terreni fin dal ‘700 che si estendevano principalmente nei colli del Rocchetto, da cui ancora oggi si ottiene il Montebuono. C’è inoltre un atto notarile del 1785 che testimonia l’acquisizione da parte dei Maga dei vigneti della collina Porrei (etimologicamente “luogo di casa”), collina appartenuta allo zio Carlo e donata ai nipoti, prima della sua morte.

Il vino si produce da diverse generazioni e un tempo le etichette non erano necessarie, ma bastava una semplice scritta; i vini di pianura prendevano il nome di “nostrani”, mentre quelli di collina “fini”.

La nostra chiacchierata sulla storia dell’azienda Barbacarlo ha avuto diverse interruzioni e affermazioni critiche sull’operato di burocrati, legislatori ed alcuni colleghi “viticoltori”. Una prima riflessione, spostando lo sguardo agli anni ’60 nei quali è avvenuta la meccanizzazione, spinge Lino a una prima critica: “quello che la tecnologia doveva migliorare, lo ha solo peggiorato, fornendo l’uomo di metodi di lavorazione più veloci per produrre più uva, con meno qualità, ma fonte di guadagno maggiore”.

Lino Maga

Nel 1963 è stata emanata la legge “Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini”, normativa che secondo Lino è stata lo sbocco del mondo del vino verso l’industria.
Una legge che ha favorito la nascita di cantine sociali, industriali e cooperative, nelle quali lo scopo ultimo è sempre stato la commercializzazione, dimenticandosi della terra e delle produzioni.

L’inizio della lunga carriera di produttore di Lino Maga si può ricondurre a dieci anni prima della fantomatica legge, nel 1953, al ritorno della leva militare svoltasi a Palermo, dopo qualche bisticcio con il padre a causa delle idee innovative di voler imbottigliare tutto il vino e stanco di assistere alle compravendite dei mediatori che commerciavano a bassi prezzi, senza valorizzare prodotto e territorio.

Una rivoluzione che è partita proprio dal giovane Lino ed è stata la svolta commerciale dell’azienda, che conta ancora qualche rara bottiglia del finire degli anni ’50.

Barbacarlo prende il nome dall’appezzamento che gli è stato lasciato in eredità dal già citato zio Carlo (in dialetto “zio” viene indicato con il nome di “Barba”) ed è una delle rarissime realtà a chiamarsi con il toponimo della zona dove sono situate le vigne. Circa diciotto ettari, di cui ne vengono allevati solo otto, principalmente situati in collina, dove si arriva ai trecento metri sul livello del mare.

Le rese sono molto basse, circa trenta quintali ettaro, sicuramente in controtendenza con i permessi dei disciplinari che consentono una produzione quasi sette volte superiore.

Analizzando l’operato dei giovani d’oggi nell’Oltrepo Pavese, Lino ritiene che alcuni abbiano trovato il coraggio di prendere una strada diversa dalle imposizioni dettate dalla viticultura moderna, facendosi conoscere dal mercato, grazie al passaparola e non trainati da un mercato a senso unico. Oggi, secondo Lino, la soluzione è proprio quella di uscire dagli schemi, perseverare le proprie idee, perché il vino non si fa con i disciplinari o le normative, il vino si fa con la cura della terra e della vigna.

Piccola parentesi sulla scrittura di Oltrepo, senza accento sulla “O” finale, Lino lo ha sempre scritto così, sostenendo che in nessuna vecchia cartina geografica il nome di questa zona fosse accentato.

La burocrazia lega le mani, ma i consumatori stanno ricercando il contatto con il produttore e in tal senso i giovani devono resistere e lottare contro tutte le carte che gli vengono imposte, per offrire un prodotto di qualità in maniera onesta.

Bisognerebbe tornare indietro, per andare avanti nella produzione di cibo e vino di qualità, io son contento di essere nato prima e mi preoccupo per i giovani, perché tutto questo progresso non so dove li porterà.
Il futuro è nelle mani dei giovani che dovrebbero avere ancor più coraggio di inserirsi con la passione e l’amore, senza guardare strettamente al guadagno ma focalizzandosi sul prodotto. Le soddisfazioni valgono più dei soldi. Il giovane deve imparare a fare le battaglie necessarie, perché senza le battaglie nella vita non si è degni della libertà
.”
C’è da dire che oggi la manodopera viene sempre meno e le competenze sono sempre più scarse, poiché nessuno vuole più usare la zappa e se le cooperative non comprano le uve, nessuno le va a raccogliere. Oggi distribuiscono milioni per l’agricoltura, ma dovrebbero distribuire milioni di zappe, questo è il riassunto di quello che non va in Italia!”.

Lino MagaLino Maga produce, ad oggi, due vini Barbacarlo e Montebuono, entrambi con uve Croatina, Uva Rara, Barbera e Ughetta (chiamata anche Vespolina) provenienti da due diversi territori. Un tempo vi erano anche altre uve autoctone a bacca rossa, che negli anni sono state perse. La produzione è inferiore alle quindicimila bottiglie per anno; ottomila circa di Barbacarlo e cinquemila circa di Montebuono. “Si dice che il terreno sia uniforme, ma questo cambia eccome e, altra cosa che si tende a dimenticare, nel vino impatta anche l’altitudine e l’esposizione”.

Nel primo caso i vigneti sono esposti a sud-ovest, in un suolo principalmente composto da tufo e ghiaia, mentre per il Montebuono le vigne sono esposte a sud, in un terreno più “facile” e composto da argilla.

Le uve vengono vendemmiate rigorosamente a mano e portate nella cantina situata in uno stabile a poche centinaia di metri dall’abitazione, ricavato da una fattoria dell’800, dove alloggiano allo stato brado oche, anatre, fagiani.
La vendemmia viene effettuata quando l’uva è pronta, non di certo ad agosto come i conferenti; in quel mese si fa la raccolta.”

Questa operazione può di certo essere definita eroica, viste le pendenze che ormai Lino non riesce più a sostenere, ma viene presidiata dalla sua squadra di collaboratori, assieme al figlio Giuseppe. “Vanno su a culo indietro come le bisce, la vendemmia raccoglie sforzi e ansie di un anno, è un momento di gioia, ma tutta la burocrazia te la toglie”.
Nel 2021, annata molto promettente, la raccolta è finita il dieci ottobre e il vino ha subito già due travasi, con una decantazione naturale e senza bisogno di filtrazioni. Entrambi i vini affinano circa otto mesi in botte per poi riposare un altro anno orizzontalmente in bottiglia, al fine di fare amicizia con il tappo. La capacità di conservazione di entrambi è di trenta/quarant’anni.
Con una smorfia rassomigliante ad un sorriso Lino Maga ammette fiero che non usa alcuna barrique!

Lino MagaPrima di degustare i vini una domanda di Lino, riferendosi al PC con cui prendo appunti, spezza la chiacchierata: “Ma quella è una macchina da scrivere? Io ne ho sei…ma mancano i nastri”.

Un assaggio di Montebuono 2018, il vino definito “di Napoleone”, poiché in seguito alla battaglia di Marengo, Napoleone sostò a Broni e bevve un vino simile trovandolo eccellente, così da allora la collina dove sono piantate le vigne per la produzione di questo vino, oltre ad essere chiamata Collina di Montebuono, prende il nome di “Monte Napoleone”.

Lino MagaVino dai sentori fruttati, con una frutta rossa, spunti erbacei, terrosi, note di tabacco dolce e spezia; fresco al palato, verticale, discreta mineralità, buona acidità, tannino presente ma non invadente e buona persistenza.

Lino MagaDella stessa annata 2018 il Barbacarlo, dove i sentori di spezie diventano più dolci e la frutta rossa più matura, con un tannino più delicato, diminuisce leggermente l’acidità, ma mantiene una discreta mineralità, oltre ad un buon corpo e buona persistenza.

Una domanda suggerita da Valerio riguardante le ferie di Lino, fa emergere ancora una volta la sua ironia. “Le ferie fino a due anni fa le facevo in vigna, ma adesso non riesco più ad arrampicarmi, quindi mi nascondo in cantina.”

Tra una fetta di salame e un calice di vino ancora qualche critica su sistema Oltrepo Pavese dove “vengono prodotti troppo spesso vini diversi da quelli che sono il frutto della natura, solo per seguire il sistema. I vigneti per natura non sono “a muro di Berlino”, quella è una forzatura per spendere meno energie manuali, come lo sono i trattamenti sistemici e le concimazioni, solo per voler fare più uva”.

La battaglia di Lino Maga nel preservare la qualità del suo vino e l’idea di inficiare il meno possibile con la chimica sia in vigna sia in cantina è stata una crociata quasi solitaria. A marcare questa filosofia il ricordo va al 1992, un’annata dove Lino non ha imbottigliato e il maestro Gino Veronelli, rammaricato per l’accaduto, gli consigliò di farsi supportare nelle scelte da un enologo.
Un giorno Veronelli si presentò in cantina con l’enologo di una blasonata azienda. Lino ricorda ancora le osservazioni che gli fece questo consulente, il quale consigliò di uniformare i vini con l’aggiunta del CER, concentrato rettificato, e propose di introdurre le barrique per gli affinamenti.
Alla prima osservazione Lino Maga rispose che preferiva dare seguito alla natura, mentre alla seconda la risposta è stata: “Vede dottore, mio nonno aveva otto figli e quando sostituiva una botte, prendendone una nuova, gli diceva che per due anni in quella botte bisognava mettere solo vino di scarto. Perchè il vino non doveva sapere di legno. Che adesso invece se ne faccia un vanto…”, facendo così sorridere di gusto Gino Veronelli.

Negli anni anche Lino non ha mai lavato le botti con l’acqua, ma sempre con il vino torchiato, e non ha mai voluto uniformare i vini andando contro la naturale essenza di questo prodotto.

Il giudizio l’ho sempre lasciato al consumatore finale ed è stata il passaparola l’arma di pubblicità utilizzata in questi anni; quando mi chiedono se esporto il vino gli dico che faccio quattro bottiglie, figuriamoci se ne ho per l’esportazione”.

Una volta i vini internazionali erano acclamati e adesso chiamare un vino internazionale è un declassamento, ma i vini non si fanno nè con la moda, né con i disciplinari nè con il biologico; la qualità c’è o non c’è è questo il punto. Ma qui se non usi i disciplinari ti vedono male e allora come si fa a fare squadra? Io produco trenta quintali ettaro, con una resa della metà nel vino; non è possibile fare squadra con chi permette una resa di duecento quintali ettaro”.

Lino MagaE dopo qualche scambio di battute finali il nostro tempo con Lino è scaduto; lasciamo il produttore ai suoi mestieri, facendo prima una buona scorta di bottiglie di Barbacarlo.

Porterò sempre nel cuore l’incontro con Lino Maga, uomo per alcuni versi d’altri tempi, ma per altri di un’attualità disarmante.

Maglietta numero 98 consegnata a Lino Maga!

 

Ciao Lino.

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